Gabriele Ottaviani recensisce «Gli amici che non ho»

“Gli amici che non ho”

Mondadori_RGBdi Gabriele Ottaviani

Le basta canticchiare sull’attacco de Que reste-t-il de nos amours per farmi accettare la sua «proposta senza possibilità di un altro futuro». Appena arrivati a Roma andiamo direttamente a Termini, lei prende il primo Frecciarossa per Napoli – non mi dice cosa deve fare, né mi interessa –, io tengo la Chrysler così sono libero di muovermi senza orari. È già salita in treno e non ho fatto in tempo a vedere com’è vestita. Siamo insieme da stamattina, l’unica certezza è che non portava i jeans. C’è tutta la presunzione degli innamorati nei secondi che precedono la partenza, la concisione di sguardi dissipata in un’ultima volontà: «Non vediamoci più senza dirci addio» le ho detto baciandola. Lei mi ha scompigliato i capelli con una serietà quasi triste: «Lo sai che quando vuoi sei proprio bello?». Però è risbucata dallo scompartimento e c’era poco da fare, rideva: «E la macchina? E l’intervista? E quell’altra cosa che vuoi tu?». Nel compiacimento dell’arrendevolezza, in cui le incombenze pratiche (dove troverò i quattromila euro da cui dipende la mia vita, per esempio) scivolano via in un’euforica noncuranza, sono in coda al semaforo di viale Liegi. Come al solito mi stavo dimenticando che via Lovanio è a senso unico di marcia, non riuscirò mai a entrare nella geografia mentale pariolina. Allora piazzo la Chrysler in seconda fila e proseguo a piedi verso la casa dell’Orfana. Per fortuna Miriam mi ha lasciato un po’ di contanti per qualsiasi esigenza, così ho preso un bel mazzo di margherite giallissime a un chiosco lungo la strada. Mi sento più sicuro quando le mani dell’Orfana sono impegnate.

È vero che allo Strega va presentato il meglio, altrimenti che ci vai a fare, a sperare di ubriacarti col liquore giallo?, ma qui si esagera. Quest’anno è davvero una buona stagione (e non lo dico per citare la fiction di Rai Uno con Jean Sorel e Ottavia Piccolo), per non parlare direttamente di un’ottima annata (che si vedeva solo per la presenza della divina, ossia Marion Cotillard): un libro meglio dell’altro. E Gli amici che non ho, candidato per Codice, felice già dal titolo, scritto magnificamente da Sebastiano Mondadori – un cognome, una garanzia di successo? – è semplicemente strepitoso. Per continuare il filone vinicolo iniziato con le citazioni cinematografiche, è un Sassicaia, mica roba da cartone, con tutto il rispetto… Si legge d’un fiato, anzi, in un sorso. Quest’anno, finalmente, vanno di moda dei personaggi maschili come si deve: multisfaccettati, non macchiettistici né tagliati con l’accetta, credibili anche nelle stravaganze, profondi senza essere pedanti, meno immaturi di quanto la retorica spicciola porti a considerarli, soprattutto a una certa età, irriverenti, scorretti – non solo politicamente – e fastidiosi al punto giusto, dunque irresistibili, costituzionalmente autoriferiti e autoreferenziali eppure molto meno egoisti di quanto potrebbero apparire a una prima superficiale lettura. Giuliano Sconforti – nome parlante come nemmeno nelle commedie plautine, passato da comico e presente al bar – è un fiume in piena, e più lo ascolti più lo vuoi ascoltare. È ossessionato dalle donne, cui affibbia spesso nomignoli di rara ferocia, e dai soldi. Meglio, dalla loro costante e continua, a suo dire, insufficienza. Ha amato un nonno di nome Cesare – viene in mente il Cesare Annunziata di Lorenzo Marone, altro fuoriclasse di questo duemilaquindici – morto a novantadue anni (ma ne ha vissuti di più) alto un metro e novantuno, che pesava centosette chili, ha avuto cinque mogli e oltre centodieci amanti, leggeva l’Unità, ha combattuto i fascisti, gli ha insegnato che non bisogna mai pensare “saremo felici”, perché “il futuro è una beffa ordita dal desiderio, ma guai a non perdersi nelle sue visioni”, e si è fatto seppellire in pigiama perché dormire vestiti è tanto scomodo. In questo spaccato di vita di Giuliano c’è una carrellata di personaggi formidabili a cui vengono sfilacciati i panni addosso, e un protagonista che non fa nulla per essere simpatico, eppure ci riesce. Non ha amici, è tormentato da chiunque, si caccia in situazioni assurde, oggettivamente è un crogiolo di difetti, e a tratti è a dir poco detestabile, non fa che sbagliare e tornare indietro come nel gioco dell’oca prima della svolta obbligata, quella che vuol dire crescere: ma all’ultima pagina ti manca. Splendido.

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