Il sole in viso – Postcards from NYC – Number 02 of SUMMER 2014

Insistere è testardaggine. Perseverare è determinazione”

Jacinto Benavente

Capitolo 1. A un palmo dalla libertà.

Ci sono storie newyorkesi che non finiranno mai di essere tramandate, storie che lambiscono i bassi territori dell’aneddottica e della fandonia. Di questo tipo di novelle la città è una inesauribile dispensatrice, una centrale nucleare di leggende metropolitane.

Non appena ebbi la curiosità di spendervi un po’ di tempo, incappai in una delle sue leggende, denominata La Storia delle Quattro Dita. Un tizio italiano quasi sconosciuto me la spacciava per fondata, benché arrivata a lui, seguendo una tangente strana, attraverso amici di amici. La fonte era lontana ma assolutamente certa. Certa come la storia della popolazione di cinquantamila anime che abita i cunicoli dismessi della metropolitana. Certa come quella del mio pro-zio di secondo grado, che, assunto come maschera in un cinema di Manhattan, divenne ricco raccogliendo i centesimi alla fine delle proiezioni. E certa come la storia delle due bambine che si vedono spesso d’inverno pattinare sulla pista ghiacciata di Central Park, e che in realtà sono due spettri di bambine tremendamente uccise più di cento anni fa. E, ancora, certa come quella dei brokers di Wall Street che nei ristoranti pan-asiatici stellati, roteavano in aria le American Express platinate, per poi sgomitare nel prenderle al volo con le bacchette.

Eppure La Storia delle 4 Dita si proponeva meno stravagante ed emanava un forte profumo di verosimiglianza: se all’ immigration Point di un aereoporto americano ti chiedono di appoggiare sullo schermo anzichè l’intero palmo solo 4 dita, sta pur certo che di lí a breve ti fermeranno, ti porteranno in stanzine segrete, apriranno il tuo telefono, piluccheranno tra i tuoi numeri, setacceranno fino all’ultimo granello la tua coscienza, e, infine, senza in mano alcuna traccia, si cimenteranno in un immancabile dulcis in fundo, l’ispezione anale. A sentire quelle parole, sgranai gli occhi, dischiusi leggermente la bocca e mi immedesimai.

A volo d’uccello, passiamo a due anni e mezzo dopo. Il tempo vola e si accumula alle mie spalle, i miei viaggi in America si fanno più assidui, i legami con questa terra e i suoi abitanti più stretti; e tanto più sento la volontà di rimanerci quanto più si restringe il varco di questo portone dorato. Il problema non è tanto stare, quanto transitare, fare avanti indietro. Come se il Governo Americano non riuscisse a sopportare quelle anime diasporiche e indecise che continuano a camminargli davanti: o dentro, o fuori.

Mentre tutti spengono il cellulare, io accendo il mio piccolo flip flop americano, azionando la modalità aero. Oltre a quello ho un computer sul vassoietto di plastica e nient’altro. Il pilota ci augura una felice permanenza a bordo e ci avverte che l’arrivo è previsto per le ore 12 am, ora americana. Tutti si rilassano e accendono gli schermi davanti a loro, mentre io incomincio minuziosamente a modificare i numeri delle persone connesse al mio ristorante, ad americanizzare i nomi troppo latini, a controllare sui social network conversazioni compromettenti con tutti i miei contatti newyorkesi. In realtà devo pulire poco o nulla: in passato sono sempre stato molto attento a non lasciare tracce. Mi rilasso e scivolo in un sonno piombato con la domanda se esista qualche connessione fra la Storia delle Quattro Dita e la fiaba di Pollicino. E mi convinco che nulla si crea, tutto si ripete. Atterriamo sani e salvi. Il personale di bordo mi saluta con un solare arrivederci che non considero di buon auspicio mentre seguo a passo spedito il getto di persone che confluisce nello stanzone dell’ Immigration Point. Siamo nel collo dell’imbuto, nel cuore stretto della clessidra. Ogni volta che vi entro, mi stupisco per le scritte in tutte le lingue, per le bandiere di tutti i paesi, per la multiculturalità delle persone in fila. Una volta morto, probabilmente mi ritroverò nello stesso stanzone. Il tempo si sgrana e ognuno di noi diventa una goccia da esaminare microscopicamente. Io sono relativamente tranquillo: indosso occhiali a montatura spessa, una camicia a scacchi e la mia faccia di bravo ragazzo che ha sempre convinto tutte le mamme e le nonne del mondo, la faccia di uno che adora rispettare la legge. Sono a pochi piedi dal mio uomo vestito di blu nell’acquario. Seduto a uno sgabello alto, dietro a un vetro spesso, sta controllando il passaporto a una bella donna sud-americana con un bimbo riccioluto in braccio. Lo vedo sorridere, fare una battuta che non colgo, forse in spagnolo, e poi salutare i due, mentre gli augura una felice permanenza sul suolo americano. Tocca a me: gli passo il passaporto nel foro del vetro, ma lui non mi presta attenzione, ancora indaffarato a firmare fogli e mettere timbri. Leggo il suo nome e cognome sul distintivo: non rivelano alcuna traccia di italianità. Alza la testa: Come va? Bene, grazie, come va? Bene, grazie. Prego.

Apre il passaporto, sfoglia la prima pagina, si sofferma sulla foto. Avevo i capelli più lunghi e più spettinati, e sicuramente un’espressione più sospetta. Mi riguarda. Sí, sono io, ma sono molto cambiato, addirittura migliore di come ero prima. Non dico nulla, mi levo semplicemente gli occhiali: la realtà immediatamente si sfoca e perdo la sua espressione. Li rimetto e lo ritrovo concentrato a leggere le date di scadenza del primo visto studentesco, con cui sono entrato due anni fa.

Quel visto è vecchio, gli faccio, ora entrerò con un altro. La mia frase risulta risoluta ma solo io sembro notarlo. Passa così alla seconda pagina su cui è stampato il secondo visto studentesco, quello con cui sono entrato l’anno scorso.

No, anche quello è vecchio, deve guardare l’ultimo, gli dico. Silenzio. Lui alza testa, in mezzo alla quale brillano al posto degli occhi due biglie azzurre illeggibili.

Mentre gira la pagina, mi fissa. Ha rallentato il respiro e modificato il modo di sfogliare le pagine. Non ha più il mio passaporto in mano, ma un fazzoletto sporco di muco. Spunta il terzo visto, il turistico avanzato, quello di quest’anno. Prova a decifrarlo come se ci fosse un’iscrizione in sanscrito.

Con quale di questi visti vuole entrare negli Stati Uniti d’America?

Con l’ultimo, mi sento dire, con il turistico avanzato. Calco la parola Turistico Avanzato, come lui aveva calcato Stati Uniti d’America. Il confronto è impari come quello fra Pippo e un plotone di esecuzione. Ancora silenzio.

Benissimo, ora appoggi sullo schermo alla sua destra le 4 dita della sua mano sinistra, chiede lui gentilmente.

Solo 4?

Si, solo 4.

Non vuole che appoggi anche il pollice?

No, non serve.

Sicuro?

Sì.

E mentre porto il palmo sullo schermo, scorgo il pollice allontanarsi dalle sue sorelle e mugugnare un penosissimo peana. Calco le mie impronte in un ultimo slancio di rabbia repressa, poi il mio uomo si rivolge alla fila dietro di me e dice: Signori, vi prego di trovare posto ad un’altra fila. Questa è momentaneamente chiusa. Qualcuno nella fila mi guarda come fossi una very important person, qualcuno si commuove e qualcuno macchia le proprie mutande.

Poi l’uomo si gira verso di me e mi prega di seguirlo. Ora che lo sto seguendo e sto abbandonando la postazione, colgo tutta la sua bassezza, la piazza in testa, la tela tirata del suoi pantaloni, le spalle larghe e taurine da giocatore di football di quinta categoria. Questo uomo mi piace e se io fossi americano probabilmente saremmo migliori amici: in questa situazione rapido gli salirei sulle spalle, gli direi ciccio, sono venuto a trovarti al lavoro, mettiti in pausa. Lui proverebbe a dirmi che non può ma poi gli direi dai, non ti ricordi, è il mio compleanno, fammi volare e lui si metterebbe a correre e a gridare facendo il perimetro dell’ Immigration Point e insieme giocheremmo a provarci con le turiste, a guardare i motori degli aerei, a salire sulle scale mobili al contrario, a spendere tutti i dollari in regali al duty free shop. Ma la realtà è diversa: io non lo posso chiamare buddy, brother, man, honey, darling, my love o con qualsiasi nomignolo mi verrebbe da chiamarlo. E se gli salissi sulle spalle in questo momento, vivrei altri 7 secondi di vita e poi mi lascerebbero disteso sul suolo, esanime.

E mentre sto per entrare nel corridoio che mi porterà chissà dove, lancio un ultimo sguardo allo stanzone, alla mia libertà , tiro sul pollice e le dico: don’t worry, honey- Everything is gonna be ok!

Capitolo 2. Miraggi.

La città mi sta aspettando all’aeroporto con il guinzaglio in bocca e gli occhi affamati di estate. La vedo, mi perdo in lei per un attimo, ma riabbasso subito lo sguardo. Cerco di distinguermi dagli altri visitatori, per lo più turisti sovra-eccitati, non prestandole troppa attenzione. Non mi chiede dove sono stato per tutto questo tempo e io non ho alcuna intenzione di giustificarmi. E’ un mio sacrosanto diritto essere andato ad abbeverare la mia vita dall’altra parte dell’oceano. Cammino sicuro con passo cittadino, mentre lei scodinzola felice e mi segue fino ai binari dell’Air Train. So che vorrebbe che giocassi con lei, le parlassi, le lanciassi tutti i ricordi di questo ultimo viaggio, ma io non le do questa soddisfazione. Quelli non si toccano, sono importanti. Mentre aspetto sulle scale mobili la spio, solo una rapida occhiata, mentre lei è di spalle. Già dalle vetrate, oltre gli aerei e la radura, lei appare proprio come la vidi la prima volta, sensuale ed esagerata, un elettrocardiogramma luccicante sull’asfalto. Dalla banchina inalo il profumo dei suoi fiori di sambuco finalmente  sbocciati dopo un inverno eterno, e lancio lo sguardo verso l’orizzonte. In lontananza un battere lento di martelli, un ronzio di eliche e di motori, un gorgolio ovattato di sirene. E in cielo spuntano le sue nuvole spumose, il nido dove si sono incastonate le mie aspettative degli ultimi due anni. Una catasta di sogni franti e realizzati. Mi giro per dirle finalmente qualcosa, ma lei è già sparita con passo da volpe nella boscaglia. Me l’ha fatta anche questa volta. La lascio fuggire via, certo che tra poco la riacciufferò. Giusto il tempo di posare le mie cose e dare una rapida sciacquata ai pensieri.

Coney Island Baby

Arriva il treno, lo sportellone si apre esattamente dove lo attendo, segno che tutto va perfettamente come deve andare. Mi scrollo di dosso il jetlag e la paura accumulata tra le griglie della frontiera, ed eccomi di nuovo nell’acquario sotterraneo di New York. In poco meno di un’ora spunto come un fungo su una Nostrand Avenue che è un pugno disordinato di colori. Mi lascio alle spalle Manhattan, mentre le ruote del trolley scivolano ben oliate verso sud, guidate da una lieve brezza che solletica i fili paglierini del mio cappello. In pochi sorsi mi bevo le arterie di Crown Heights, mentre i negozi sputano musica sincopata, le donne serpeggiano insinuanti, i ragazzini volano leggeri in moto e le vecchine pelano con sapienza dorati fiori di mango. Mi fermo e compro una di quelle pepite tropicali: non mi importa se sono carico di valigie, se sono in piedi, se le persone mi spingono e se mi inzacchero tutta la faccia. Sono in America e le cose le devo divorare, senza aspettare che si sciolgano tra le mie mani. Cammino ancora un po’ ed ecco che appare la mia Townhouse. E’ rimasta proprio dove l’avevo lasciata, allo stesso numero civico, accanto alla lavanderia e a Glenda’s, il ristorantino western indian style, che sulla tenda slavata dice di essere il migliore in città. Come quello dall’altra parte della strada. Tutto è ancora qui, nulla è evaporato.

VI AV

La chiave gira dolcemente nella toppa e la porta si spalanca. Non mi ricordavo di abitare in un negozio di gommose: il primo istinto è quello di leccare tutte le pareti, saltare sui divani e ribaltare i tavoli, e poi gridare, I’m back! Ma non lo faccio, non posso farle vedere che sono così perso di lei. Eppure le pareti risplendono di colori più vividi, come se qualcuno le avesse tinteggiate apposta per il mio ritorno. Salgo su per le scale e trovo due nuove coinquiline che cinguettano in parigino. Stanno cucinando pasta e zucchine, tagliate fini fini. Quel profumo celestiale farebbe fremere le narici anche a una statua. Si fermano, mi osservano con l’espressione innocente di due stambecchi nel bosco. Bonjour, faccio io, Bonjour, fanno loro. Che altro c’è da dire? La mia stanza è magnificamente in ordine e la luce che penetra è velluto. Mi sdraio sul letto e guardo dall’altra parte della sponda. Rivedo i chilometri, i volti, le voci, le mani che sventolano. Li saluto e ripongo il tutto sotto il cuscino.

clouds and clouds

E finalmente gliela dico, quella frase che non le avevo mai detto, quelle parole insulse e banali da cui mi sono sempre astenuto, perchè commercializzate, svalutate, stampate su milioni di magliette. Ora sento di dirgliela, perchè questo è il momento giusto, ora o mai più. Nella sua imprevedibile semplicità, nella sua riproducibilità, nel suo essere di frontiera, nel suo essere mia e di chiunque altro, I LOVE NY.

Francesco Meola

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