Il sole in viso – Postcard from NYC – Riflessi di crisi (POSTCARD 01 SUMMER 2014)

Dormo profondo e rivivo tutto quello che è accaduto da quando sono atterrato. Una festa continua, quasi per inerzia, per celebrare il ritorno e, dopo poco, per augurare una felice ripartenza. Cene da amici che cucinano vegano, litri di vino sulle strade liquide di Roma, Padova, Parma, Desenzano. Un matrimonio ad Oleggio, amiche raggianti con il pancione, progetti di figli, persone che invecchiano e persone che non cambiano mai, pranzi domenicali in terrazzi floreali su cui soffiano ventate di primavera. E cartoline che diventano spettacoli, storie vissute che diventano aneddoti, interviste sui giornali e in radio, litigate con la mia migliore amica a mo’di coniugi Vianello, risate dietro le quinte mentre il pubblico applaude, ci chiama, ci ama, e pipí fatte in bottiglie di plastica prima di entrare in scena, scherzi scemi da bambini. E sogno che tutto si confonde e scivola rapido di mano, come le storie d’amore solo sfiorate, come i racconti che non si ha il coraggio di finire di scrivere. Rivedo poi il Ticino, un fiume da guadare con altri nove sprovveduti giovani uomini di città, e poi mi sposto nei mercati, corro con i miei fratelli e finalmente ci ritroviamo, liberi da donne e decisioni. Sogno la mia terra, bella persino negli autogrill e nelle piazzole di sosta vicino ai cavalcavia. I miei amici più disparati, le mie amiche sempre più rivoluzionarie e coraggiose; e poi parlo con tutti, sono una cisterna di discorsi, un calamita di conversazioni. Colmo cosí le ore che non ho passato qui, questi otto mesi sulla Luna, e riesco finalmente a dire ti voglio bene, amico mio, mi manchi. Incontro persone nuove, sognatori sprovveduti che pensano che andare in America sia la cosa più facile al mondo, l’intuizione che tutti dovrebbero avere, e pure i malinconici disillusi che si portano dietro trent’anni di rimpianti. Sogno continue domande: come va? Sei felice? com’è vivere lí? e mi scopro in affanno a rispondere sinteticamente, a capire il nocciolo di quel punto del mondo che tutto risucchia e tutto crea. Sogno il mucchio di cose che ancora non ho depennato dalla mia “personal to do list”. Sogno di essere intrappolato nella minuzia, nella rincorsa, nei tentativi di capirmi. Sogno di camminare con la mia famiglia lungo un fiume, in un pomeriggio di sole, calmare i pensieri nel fluire dell’acqua. Sogno le strade di Brooklyn, il mio piccolo appartamento che mi aspetta come un cane fedele, sogno l’ingordigia e un fiore di mango che mi inzacchera tutta la faccia.

E finalmente mi sveglio perché stamattina è il sei giugno duemilaquattordici, c’è un un viaggio di seimila chilometri e prima ancora una valigia da fare.

 

 

Mio padre tiene le chiavi in mano e mi chiama, per la seconda volta. Arrivo, rispondo in automatico. Sollevo un libro, lo soppeso, lo caccio in borsa insieme agli altri. Osservo la borsa, la sua tela sottile pericolosamente in tensione. Mi attraversa il pensiero del mio bagaglio a mano che d’improvviso esplode ad alta quota. Meglio mettere qualche tomo in valigia. Ne tolgo tre dalla borsa, li guardo con disprezzo. Devo smetterla di trasportare libri italiani. Li appoggio sul tavolo e li osservo di nuovo: quei bastardi mi impietosiscono come miseri esseri in canile, vogliono che li porti con me, lo sento. Li afferro tutti e li butto nella valigia grande. Sollevo quel parallelepipedo di piombo. I 20 kg sono altamente superati. Mi blocco, chiudo lentamente gli occhi e mi accascio.

E’ tardi, tuona la voce di mia mamma dal salotto. Sto facendo del mio meglio, le rispondo. Mi ritrovo a pattinare veloce per i corridoi, a prendere tubetti di dentifricio di scorta e saponi incartati e rasoi di scorta e magliette leggere e sandali. Mi fermo ancora, investito da un sovrapporsi di domande: il mio vestiario estivo è forse già tutto lí, ben piegato e infilato in buste di plastica rigida sotto il letto della mia cameretta di Crown Heights? Perché non partire leggero come una lepre, con un quaderno, una penna e la mia camicia preferita addosso? Dove ho messo il passaporto? Ci vuole coraggio e lucidità, e io ne sono momentaneamente sprovvisto. Mi convinco che sotto quel letto ci sono solo tanta polvere e calzettoni sull’orlo del suicidio per una solitudine insopportabile. Io li devo salvare.

Sei pronto? Risuona l’ennesimo richiamo. Mi riprendo e in meno di un minuto trovo il passaporto e il biglietto, e altri libri, e due quaderni per scrivere e non sazio, prendo altre tre magliette dal cassetto e le caccio appallottolate in valigia. So che non le metterò mai, ma sprigionerò il loro profumo di casa nell’aria del mio nido lontano. Serro tutto, vestiti e dubbi, mentre la zip, inceppandosi, urla il suo dolore.

Eccomi, sono pronto, dico ai miei con uno stanco sorriso. Sto mentendo, non sono pronto per niente, ho posticipato all’ultimo la preparazione della valigia per la stanchezza dell’ennesimo viaggio. Non vorrei abbandonare casa stamattina, vorrei fare colazione con calma sfogliando il giornale, sentire il palazzo che si sveglia e poi tornare in camera a dormire. Rimandare il viaggio a quando mi daranno finalmente il visto artistico, a quando avrò esaurito la voglia di stare nella mia vera terra. Ci guardiamo, e sento tutto il loro orgoglio e dispiacere, come se ammirassero un bel frutto maturato su un ramo lontano. Ma stamattina questo stare davanti alla porta di casa con le valigie pronte e il cuore in mano non riesco proprio a sopportarlo. Vorrei dirgli qualcosa, rassicurarli, anche solo un tranquilli che presto torno, ma la parola sta nella bocca dei forti. Certe amare sensazioni bisogna tenerle per sé, confidando che svaniranno presto non appena l’aereo avrà staccato le ruote da terra. Come spiegargli che ho paura di partire perché ho paura che un giorno non vorrò tornare più. Ci vuole coraggio e lucidità e forse questo è l’ennesimo riflesso di una crisi che sto vivendo da due anni, da quando ho deciso di scardinare la mia vita e metterla in gioco. Ed è davvero troppo presto e troppo tardi per tutto. Odio gli addii, soprattutto di prima mattina, quando il giorno sta per iniziare.

 

 

Il viaggio in macchina lo facciamo in silenzio, con la città ancora avvolta nel manto notturno. E’ sempre lei, sempre Milano, la stessa città che abbandonavamo secoli fa, quando uscivamo come fuggiaschi dai palazzi per buttarci nella lingua di asfalto nero dell’A1. Io sedevo composto, con il costume già indosso, contando i caselli, i ponti, i cartelli verdi, e aspettavo fiducioso la linea orizzontale del mare. Da allora di poco sono cambiato. Al di là dei dubbi e delle preoccupazioni, non ho mai smesso di coltivare quella speranza, ritrovare il mare e pensare che qualcuno mi sta portando verso dove voglio. Dove? Sembra che tutti abbiano bisogno di una risposta a questa domanda. Dove voglio vivere? Te lo dico: voglio vivere un po’ dappertutto, qui e là, voglio vivere avvolto da riflessi di crisi, con due cuori separati o con un cuore diviso, nella terra facile da raggiungere e difficile da abbandonare. Domani non so, perché alla fine il domani ancora non esiste. Domani ci penserò. Ho capito in questo rapido ed eterno soggiorno italiano che tante cose le ho perse, a volte superflue a volte essenziali, ma tante altre continuo a scoprirle.

Prima di tutto ho capito una differenza essenziale tra questi due mondi, una separazione racchiusa in una sola parola, un semplice verbo, seven letters, just that. To realize, in inglese, significa capire, arrivare a concepire mentalmente, prima di tradurre in azione. Potrebbe sembrare un rallentamento all’azione ma in realtà non lo è, anzi, è pensiero che diviene azione, che rapido, si fa ancora più veloce.

Da ciò ho scoperto che nella mia vita sto cercando il più possibile di tradurre il pensiero in azione, scastrandolo da paure e abitudini. Ho inoltre scoperto che l’amore è impossibile e proprio per questo lo devo ricercare giorno per giorno con la speranza di poterlo un giorno acciuffare. E quando lo avrò tra le mie mani, quel moccioso alato, lo dovrò nascondere a me stesso e alla mia futura amata. E dovrò continuare a cercarlo. Ho capito che odio la frase “piû oscura è la notte, più vicino è il giorno”, ma ho scoperto di odiarla perché è vera.

Ho capito ancora una volta che fare un bello spettacolo è meglio di qualsiasi viaggio intergalattico potessi fare. Ho scoperto che scegliere significa essere liberi, ma non sono ancora in grado di farlo. Ho scoperto che devo sempre consultare un avvocato prima di fare cazzate. Ho scoperto che il termine pending, lo stadio in cui mi trovo burocraticamente tutt’ora agli occhi del governo americano, è estremamente corrispondente a come mi sento. Pendente, appeso a una liana sullo strapiombo, tenuto in sospeso nell’incertezza di possibilità scritte a matita su un foglio di carta. Realizzo proprio in questo momento l’assurdità della vita che ti porta ad essere esaminato da una assemblea di commissari nel Vermont, un manipolo di uomini sconosciuti da cui dipende il mio visto artistico, la mia vita per i prossimi tre anni. Me li immagino in cerchio, seduti placidi in una distilleria al tramonto, le barbe rossicce e gli occhi da fauni. Staranno sfogliando le foto degli spettacoli e le locandine, le lettere di raccomandazione e gli articoli, passandoseli nella sapienza delle loro mani nodose brunite dai calli. E staranno giocando la mia permanenza lanciando tappi di sughero in barili centenari. Quanti tappi in quella maledetta distilleria? Quanto dovrò ancora aspettare?

 

Ho scoperto poi che se mi nascondo qualcosa smetto di scrivere e quando sono davvero contento piango: è il culmine di felicità che posso toccare.

Ho scoperto che tutte queste cose le ho realizzate ora e tra un mese non le ricorderò più e continuerò a ricercarle perché la verità è unica e vera nel momento in cui la si trova e poi non esiste più.

Auguro a tutti di scoprire tante cose, di scordarle subito in modo da doverle ricercare e di ritrovarle poi e di riperderle e poi ritrovarle.

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