Il sole in viso – Postcard from NYC – #5 – Feste!

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Condivido totalmente ciò che dice un mio caro amico: nei giorni di festa, la cosa più sensata da fare è lavorare. Questo il momento di massima apertura delle persone e dei loro portafogli, dopo di che il rubinetto si chiude nella morigeratezza dei buoni propositi del nuovo anno. Ma finché è festa tutti vogliono brindare e spendere. Dunque, per racimolare le ultime centinaia di dollari per l’avvocato, nelle feste io lavoro, immergendomi così nella tinozza della America profonda. Thanks Giving, parties natalizi delle corporations, lunches aziendali di fine anno, Christmas Eve e New Year’s Eve. Sempre io e Irene, avvoltoi nero-bianco vestiti, a far razzia di mance e cibo avanzato che riportiamo tiepido in cucina, dove i messicani lo divorano, succhiando il prezioso distillato che sgocciola dall’Impero Americano.

Eccitazione e colori accesi per la mia prima Festa del Ringraziamento. Ancora mi è sconosciuto il significato di questo giorno e anche gli autoctoni che ho interpellato mi sono sembrati vaghi, se non imbarazzati. Festeggiamo il ringraziamento e la pace con gli indiani. Ma poi li avete sterminati o rinchiusi nelle foreste o peggio a controllare dei casinò, imbottiti di bourbon di pessima qualità e nostalgici ricordi. Quindi li ringraziate per essersi fatti da parte? Oppure vi scusate con loro? No, li ringraziamo perchè questa è la festa della diversità e delle minoranze, quindi è anche un po’ la tua festa.

Va bene, allora festeggiamo! Si inizia alle 11 in punto: puliamo il locale, apparecchiamo i tavoli con precisione geometrica e, prima ancora di essere pronti, arrivano i primi clienti. Alla spicciolata e senza fretta, le famiglie americane si dirigono verso i ristoranti per il rito del tacchino. Ne arriveranno piû di un centoquaranta nell’arco di tutta la giornata. Mattino, pomeriggio e sera, l’orario non è importante. Il servizio è lungo e noi restiamo in piedi per ore, approfittando di qualche angolo di muro per appoggiarci, stirando un muscolo e poi un altro. Serviamo zuppa di zucca campanella, risotto di zucca con grandine di amaretti finemente tritati, tacchino glassato con purea di patate dolci e uno sfarfallio di uvette sui cavoletti di Bruxelles, e infine un trionfo di pumpkin cheesecakes bagnato da american coffe.

Davanti ai miei occhi sfilano piatti e piattini, il predominio dell’arancione sul viola, e ci ritroviamo dopo dodici ore ancora in piedi, a servire un nuovo tavolo e a farci forza per stiracchiare l’ennesimo sorriso. E finalmente gli ultimi escono, così noi giriamo la chiave e apparecchiamo la nostra tavola, nella sala grande, come dei normali clienti. Inizia la cena degli avanzi, bisogna finire i tacchini, perchè non possono essere riproposti al lunch di domani. Strana vita quella dei tacchini americani: le loro giornate scorrono tranquille per tutto l’anno, ma ad ogni Thanks Giving vengono decimati da un popolo festante. Solo pochi si salvano, uno fra tutti quello estratto a caso dal Presidente degli Stati Uniti. E lui, triste sovrano di una risicata minoranza, gonfia l’escrescenza rossastra sotto il becco davanti ai flash dei fotografi. Chissà se questa immunità gli verrà concessa anche per l’anno futuro, o ritornerà ad essere un comune pennuto, tutto sospetti e tremolii. E mentre mi perdo in questo parallelismo storico tra il massacro indiano e quello dei tacchini, c’è gran battaglia sulla pirofila, tutti fanno incetta di una carne chiara e nemmeno troppo sugosa che si deve mangiare per tradizione. Le facce dei cuochi messicani non sono entusiaste, spazzolano tutto ma rimpiangono il chorizo e i burritos con jalapenos del lontano Mexico. Io e Irene ripieghiamo sui contorni vegetali, mentre tutti bonariamente ci insultano, esortandoci a essere carnivori almeno oggi. Ma noi non tradiamo le convinzioni vegane e facciamo volare una preghierina al paradiso dei gallinacei anche per loro.

Anyway, eccoci qui seduti per una volta tutti insieme: italiani, messicani, ecuadoreni, colombiani e bangli, spogliati delle definizioni che normalmente ci distinguono, non più servers, cocineros, runners, buzzboys, hostess e managers.  Tra le cartoline turistiche che si possono comprare nelle edicole, ne metterei una ritraente quella tavolata, con scritto in sovraimpressione. Happy ThanksGiving!

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Ma per cogliere sino in fondo il senso e il controsenso della cultura in cui ci siamo immersi, occorre ritornare al periodo precedente al Natale. Il periodo in cui l’arte creativa entra con prepotenza nelle vetrine di tutti i negozi, gli alberi vengono venduti come noccioline ai bordi della strada, i poveri babbi natale elemosinano qualche spicciolo sui gradini delle case, mani di velluto nero bloccano taxi per caricare carriole di regali, e i ristoranti sono prenotati dai parties privati delle corporations. 

Catapultati in languide atmosfere alla Bret Easton Ellis, serviamo clienti che si trapassano con sguardi taglienti, colletti a punta e bocche lascive, mentre deflagrano la combustione di un altro anno da urlo in cascate di martini e vodkasoda.

E noi camerieri, appostati in un angolo, a strofinarci le mani e a grattare l’oro dalle unghie dei clienti, immaginando in silenzio di nuotare in una piscina di dollari, nel paradiso delle mance e delle carte di credito.

Come non ricordare il penultimo party? Quattro ore di open bar, un preludio di finger food seguito da una cena in cui stappavamo solo bottiglie di sondraia e brunello. Qualche centinaio di dollari al litro. Una delle segretarie d’azienda ha aperto la serata cantando a voce nuda adeste fideles. Una voce angelica, due gote screziate da un filo di efelidi e l’innocenza di una bimba preraffaellita. La stessa segretaria, dopo solo tre ore, mi ordinava l’ennesimo giro di tequile per il tavolo, flirtava contemporaneamente con tre diversi uomini paonazzi e si distorceva in una risata sguaiata. Nel mentre il Grande Capo accendeva a sfregio il lungo cubano che fino a quel momento aveva stretto tra i denti, osservando sornione i comportamenti dei suoi dipendenti. All’ultimo party, durante la festa di giovani brokers, non si è mai vista cosî tanta fila ai cessi. Tutti uscivano stropicciandosi per bene il naso e sorridendo con eccessiva disinvoltura. Non capita tante volte di veder entrare contemporaneamente due uomini in giacca e cravatta in una singola restroom. Saranno entrati a firmare i biglietti di auguri per i colleghi  oppure a scuotere ancora un po’ la palla di cristallo e a guardare la neve mescolarsi impazzita?

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Dopo tutto questo mi sono sentito autorizzato a scrivere una finta recensione per il ristorante su Yelp. Perché no? Mi sono inventato la storia di un tizio che si chiama Leo che con la sua ragazza gira per Flatiron District e improvvisamente trova questo idillio di posto, un corridoio con tutte le candeline illuminate e musica old jazz. Ho descritto un paio di portate, mi sono soffermato sulla gentilezza dei camerieri, nemmeno eccedendo troppo. Ho raccomandato il posto a tutti e dato 5 stellette al ristorante. Ottimo servizio e cucina. Nessun rimorso.

Secondo me quasi tutte le recensioni di Yelp sono finte, come illegali sono l’80 % dei lavoratori nelle attività commerciali, come ci sono davvero pochi intenditori di vino, come ci sono tante donne e uomini rifatti, come ci sono miraggi e detonazioni dietro ai nostri occhi festanti. Francis Bacon aveva capito tutto.

Francesco Meola

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