Il sole in viso – Postcard from NYC – #5 – Artisti a NY tra passato e futuro

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A grandi falcate, cercando di accorciare l’ennesimo ritardo di questo periodo, passo davanti a Port Authority, la stazione degli autobus su 40esima e 8th. Nevica come in un paesaggio dentro a una palla di cristallo appena scossa. Affondo la testa nella sciarpa, mi tasto la pancia per sentire se la busta è ancora lì e di sbieco lancio uno sguardo a quel palazzo scuro, stranamente basso davanti al grattacielo verde smeraldo del New York Times.

Centinaia di viaggiatori e di homeless sono arenati lì davanti in attesa che smetta di fioccare. Il tempo ha paralizzato la città e i taxi si muovono a fatica mentre i miei pensieri scorrono liquidi tra passato e futuro.  Raduno i pezzi del mosaico. Porth Authority è il posto dove arrivavo con l’autobus dal New Jersey, quando ancora vivevo nella suburbia cittadina. E proprio qui vicino, nel seminterrato di un take away cino-coreano avevo acquistato Dumpling, la mia biciclettina smontabile che ora meritatamente riposa nella camera di Irene, a Crown Heights, Brooklyn. Nel mio piccolo antro ormai non c’è piû spazio: già piccolo quando lo vidi la prima volta, bianco e vuoto, contenente un letto, un armadio a muro e un paio di ripiani. Adesso pullula di vestiti estivi e invernali, di libri impilati, un ritratto di una donna nuda di Modigliani e cinque percussioni che prendono polvere. Alfredo, un amico attore italiano me le ha lasciate ma mi ha promesso che tornerà a marzo e allora le suoneremo insieme. E mi ha lasciato anche la pesante valigia grigia di Aurelià, la sua coinquilina francese, che conobbi in tempestosi giorni di novembre. Anche lei come tanti altri, è passata per NY ed è ripartita nel giro di tre mesi, divisa tra un visto scaduto e futuri sogni di gloria artistica. Prima di partire però ha lasciato la valigia socchiusa ad Alfredo, che partendo l’ha lasciata a me. Insieme l’ abbiamo chiusa meglio con scotch e maledizioni e poi trascinata su per le scale di casa mia. Più volte ho pensato che Aurelià non verrà mai a riprendersela, che tutto questo è un post-it del destino per ricordarmi la mia ossessione per le ragazze d’Oltralpe. Sono tentato dall’aprirla per scoperchiare definitivamente il cuore segreto delle parigine, ma ho paura che possa rivelarsi un vaso di Pandora  e sprigionare un maleficio. Non si può mai sapere con le francesi.

Congetturo sul disordine mentale che questa città ti provoca, sui pesi e sulle fragilità degli incontri, cercando un senso dove il senso non c’è, e arrivo finalmente dove devo arrivare.  Di nuovo mi tasto la pancia e la busta è ancora lì. La città non me l’ha sottratta. Attendo che le porte scorrevoli sfilino davanti a me e poi giro a destra verso il doorman elegantemente vestito in livrea color prugna. Comunico il mio nome e ricevo una risposta distinta: Mr M. salga fino all’ottavo piano, giri a destra e lì troverà Mr C. J. L. nel suo ufficio. La sta aspettando.

Annuisco compìto, mi incammino verso il corridoio, entro in ascensore, premo il bottone e realizzo di essere al sicuro. Così finalmente la tiro fuori, sepolta sotto strati di vestiti. Eccola, ancora bella piena, una busta ocra di carta pulita, dentro cui riposano perfettamente allineati tremilacinquecentosettantacinque dollari. Un’ora prima avevo ritirato il malloppo verde spinacio allo sportello della banca, di fronte a una commessa attonita dall’idea che volessi versare i soldi su un altro conto bancario. Non si preoccupi, le ho detto, devo solo pagare il mio avvocato. E mentre mi sentivo scivolare sulla lingua quella frase, una parte di me realizzava che tutto questo stava veramente accadendo. Veramente stavo ritirando tutti quei soldi e consegnando tutto il materiale che esattamente sei mesi prima  Mr. C. J. L. mi aveva chiesto. Nove lettere di raccomandazione dall’Italia e dall’America, due o tre contratti informali con registi e datori di lavoro americani, materiale di spettacoli, locandine, fotografie, svariati articoli. Il tutto tradotto in inglese, oltre ai soldi per avviare e oliare il meccanismo. Così il mio caso andrà sul banco di una commissione nel Vermont che lo giudicherà e stabilirà se sono consono a rimanere per tre anni sul suolo americano, per lavorare come artista internazionale. Un artista internazionale. Che cosa vorranno mai dire queste due parole messe insieme, io non lo so. Per ora rivedo il percorso tortuoso che mi ha condotto sin qui. La mia prima estate e i suoi tre mesi di scuola, la sensazione straniante di recitare in una lingua non mia, la bulimia delle prime battute sbiascicate con un inglese stentato, la parte di postino texano in The Young Lady of Property, i cortometraggi con Isabella in cui ho abbracciato Topolino e Pippo nel centro di Times Square, le prove di Neighbors in casa di Ilaria e le conseguenti scene di finto litigio che allarmavano i vicini, l’entrata nella compagnia italiana di NY, le prove della Mandragola e quelle infinite battute del Machiavelli ripetute da solo nei cafè vetro e bagliore di Brooklyn, l’audizione per Color e le prove con attori original Americans, la sensazione costante di essere diverso ma accettato, sempre in bilico tra una macchietta e un personaggio possibile poiché in fondo la realtà è talmente sorprendente da rendere plausibile tutto ciò che si porta in scena.

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Il visto che sto cercando di ottenere è il modo più diretto che ho trovato per prolungare questo spiraglio di vita oltreoceano, per non avere problemi alla frontiera, per avere un social security number e per poter lavorare legalmente come attore. Non chiedo molto di più.

Mi rimetto la maglietta e la camicia nei pantaloni, saluto la telecamera che mi spia dall’alto e le faccio un bell’ OK con il pollice alzato. Spero che il doorman mi stia guardando e si stia interrogando sul contenuto di quella busta. 

Mi guardo allo specchio, sul mio viso è spuntato un che di nuovo, forse solo la soddisfazione di indossare una cravatta sul cui manto rosso dei cavallini bianchi alzano sincronizzati la zampa destra. I miei capelli sono stranamente corti e pettinati: li osservo di sfuggita e scorgo un piccolo bagliore sul lato sinistro. Con la mano dò dei colpetti, ma lui non vuole andare via. Mi volto di tre quarti e lo scopro: il mio primo capello bianco, dritto come una filigrana dorata. L’ascensore arriva all’ottavo piano e si apre di fronte a una strada innevata, costeggiata dalla silhouette dei palazzi di mattoni, accarezzati dai fari di grattacieli incombenti. Nascosta tra questi, l’ombra di un fiume scuro che porta al mare. La busta è sempre in mano mia, ma ancora per poco.

Francesco Meola

 

 

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