Il sole in viso – Postcard from NYC #5 – “Ogni incontro di due esseri al mondo è uno sbranarsi” (Italo Calvino)

 Dentro di me lo sapevo, scrissi che sarebbe arrivata subito, dopo nemmeno una settimana, e alla fine sono passati più di due mesi. Sono sempre cosí fiducioso che tutto sia vicino, alla mia portata, come quando penso che ogni luogo da raggiungere si trovi a pochi minuti, dieci o venti per esagerare. E costantemente mi sbaglio. Così salto da una carrozza local ad una express più veloce, mi ingarbuglio nel gomitolo sotterraneo di tunnel e piattaforme abbandonate, fuoriesco, corro per mezz’ore nel freddo atlantico fino ad arrivare a inseguire le lancette col fiato spezzato in gola. E allora sì che impreco contro il mio eterno farla facile, contro questi slanci confusi di positività in cui ogni cosa, anche la più impossibile e inumana, mi pare tutta trepida e calda d’amore per la vita.

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Ma se non mi mettessi a correre, ghiaccerei, e se non conservassi in animo questo spirito positivo e divagatore, oggi non esisterebbero la mia NY e le sue picaresche avventure.

Da metà dicembre gli scoiattoli e le bici sono andate in letargo, il freddo ha estratto il pungiglione e io per difendermi ho comprato l’abbonamento mensile alla metropolitana, a cui è seguito, sotto suggerimento di mio cugino italo-americano, quello a una YMCA, una palestra polifunzionale nel cuore di Chinatown, in zona Downtown – Manhattan: un palazzo tiramisù rifornito di attrezzi ginnici, piscine, tappeti mobili, stanze dal parquet chiaro e dal prufumo di noce, campi da basket e beachvolley, economici distributori di uvette incastonate in barrette, e, certo, migliaia di iscritti. Mi piace osservare la variegata umanità newyorkese allenarsi: cinesi dal fisico basso e compatto, caucasici slanciati che non metteranno mai su muscoli, afroamericani con bicipiti grossi come la mia testa, samoani e portoricani che a vederli vicini sembrano fratelli, nonchè svariati individui di imprecisata provenienza, professione, struttura fisica, programma di training. Ognuno accanto e isolato dagli altri, riflesso di una città tanto unita e algida quanto franta e rovente.

 All’entrata della piscina ti danno un grande asciugamano bianco e alla fine della nuotata puoi disidratare costume e cuffia in una macchinetta idrovora; tutte piccole comodità segnate da un unico neo: il reparto docce, dotato di due striminziti bocchettoni, a un metro e mezzo di altezza con un getto debole e piscio sotto cui, a ben pensarci, ero l’unico a lavarsi. E proprio oggi ho avuto l’ardire di tendere l’orecchio, seguire il rumore di una sciabattata bagnata e aprire una porta rivelatrice: ecco il priveè delle docce, dei lavandini rotondi, delle fontanelle e degli specchi integrali e, soprattutto, la sauna. Entusiasta come un bambino di sei anni, con il mio sleep blue-perla e l’asciugamano bianco, mi ci sono fiondato e si è dischiuso un altro mondo, l’ennesimo in questa palestra: un piccolo cantuccio di assi di legno, affumicato da una potente stufa nell’angolo. La nuvola calda e densa mi ha divorato, stendendo una pelle increspata dal gelo, e in quella nuova dimensione ho percepito la presenza di due vecchietti cinesi, uno nudo l’altro no, fieramente seduti sulla tribuna di legno con le braccia sulle ginocchia, draghi guardiani alle porte della città sacra. Mi osservano con quattro occhi tutti pupille. Hi, sbiascico. Mi risponde quello togato con uno suono bisillabico e gutturale. Ahtoo. Forse questo è davvero un priveè e io, come al solito, sono entrato dove non si doveva. Non so se andarmene o rimanere, spogliarmi o coprirmi, sedermi o restare in piedi. L’incontro tra questi due mondi mi getta in una momentanea confusione, ma alla fine opto per l’opzione ‘sedermi con costume a occhi chiusi’. E mentre un’altra nuvola ci investe sciogliendoci, i senatori zuppi riprendono un dialogo privato che immagino sulle mogli, su traffici illeciti giù ai docks, sulle preparazioni al Capodanno Cinese, sulla pesca dei pescigatto. E, mentre le assi vibrano e la mia mente vaga su altri lidi, realizzo che io quei suoni li capisco. I due stanno parlando di me e si dicono, Ma perchè sto stronzo di fianco a noi, anzichè perdersi nell’estasi di questi 50 gradi, non si cimenta su qualcosa di un po’ più pregnante? Così tante cose gli sono successe in questi due mesi, e invece descrive proprio noi, noi che ci stavamo facendo la nostra sauna seduti tranquilli, noi che non volevamo essere descritti. Che cosa aspetta? Che si riaffaccino le tortore in cielo e gli scoiattoli nei buchi degli alberi? Un po’ di persone stanno aspettando la sua postcard e lui, incurante, ci ascolta come se niente fosse. É proprio vero che il problema della sua generazione è la procrastinazione (を新規作成)

Illuminante. Ho aperto gli occhi folgorato, li ho ringraziati, e sono scivolato via da quell’ala di nuvola. E ancora con l’asciugamano alla cintola, dal bordo della piscina, ho iniziato a scrivervi. Il tempo era scoccato, non potevo esitare oltre. Postcard numero cinque.

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Francesco Meola

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