Moreno racconta… – Breve storia di un delitto di provincia

CavallaStornaRidotto(1)

Ho parlato più volte del mio amore verso la poesia di Giovanni Pascoli, e anche del legame che mi unisce all’insegnante con cui mi sono laureato, il professor Mario Martelli (oggi scomparso), che del Pascoli è stato un grande studioso. Appunto preparando un esame con lui, in un qualche anno della prima metà degli Ottanta, scrissi su suo incarico una relazione su “La cavalla storna“, una fra le opere più note del poeta romagnolo, contenuta ne “I canti di Castelvecchio”. Tutti, più o meno, sanno di che cosa parla: la cavalla del padre del Pascoli riporta un giorno a casa il cadavere dell’uomo, riverso sul suo calesse, ucciso da una fucilata. L’animale è l’unico testimone del delitto. Ma chi è l’assassino? La moglie della vittima va nottetempo nella stalla e parla alla bestia: “ti dirò un nome, e tu fai cenno, in qualche modo che Dio ti insegnerà”. Memorabili i due versi finali:
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
  disse un nome… sonò alto un nitrito.
A beneficio degli interessati, riporto qui sotto la prima parte del mio (assai più lungo) testo, quella dove ho raccolto le notizie che potei trovare, studiando con un certo impegni la faccenda, che mi appassionava. Vi risparmio tutta l’analisi sul testo poetico, lasciandovi invece al racconto di un dramma che assomiglia molto a un giallo.
 
BREVE STORIA DI UN DELITTO DI PROVINCIA
di Moreno Burattini

a_5_01Nel tardo pomeriggio del 10 agosto 1867, giorno di S. Lorenzo, Ruggero Pascoli percorreva alla guida del suo calesse la strada che lo riportava alla sua casa di S. Mauro di Romagna, di ritorno da Cesena dove si era recato in occasione della Fiera, quando alcuni sicari – probabilmente due – lo uccisero a tradimento con un colpo di fucile in piena fronte. La cavalla che trainava il calesse, superato il primo attimo di sbandamento, riprese la strada di casa e riportò alla sua famiglia il corpo del padrone, che giaceva riverso sul sedile di guida e che aveva ancora accanto a sé due bambole comprate alla Fiera per le sue bambine più piccole.
I figli che Ruggero Pascoli lasciò oltre alla moglie Caterina Allocatelli Vincenzi, erano una decina: il maggiore, Giacomo, aveva 15 anni. Il quarto, nato il 31 dicembre 1855, e che all’epoca non aveva ancora compiuto 12 anni, si chiamava Giovanni.
Sia il mandante che gli esecutori materiali del delitto rimasero impuniti. Il processo, tenuto a Bologna, si chiuse contro “ignoti”, ma in realtà erano molti quelli che conoscevano la verità e quelli che più semplicemente la sospettavano. Il nome che correva sulle bocche di tutti era quello di Pietro Cacciaguerra. Si trattava di un dipendente della tenuta “La Torre”, dei principi Torlonia, di cui Ruggero Pascoli era amministratore. C’è chi ha visto nell’omicidio la vendetta di una qualche ingiustizia di cui l’uomo si sentì vittima (A. Caselli), e che chi ritiene invece che il Cacciaguerra desiderasse succedere al Pascoli nell’ amministrazione della tenuta – come in effetti avvenne. Sembrano invece improbabili le ipotesi che un tempo venivano avanzate sui presunti motivi politici che avevano spinto qualcuno ad armare le mani dei sicari: anche se Ruggero Pascoli era stato capo della Guardia Civica, sindaco e assessore del comune di S. Mauro e sostenitore di Cavour e del Partito Nazionale, non ci sono elementi che sostengano una spiegazione del genere dei moventi che si nascondevano dietro l’omicidio.
Caselli, in alcune sue note aneddotiche poste in appendice all’edizione delle Lettere di Giovanni Pascolicurata da F. Del Beccato, indicando il nome di Pietro Cacciaguerra, racconta che l’assassino “migrò in America, col suo rimorso in cuore: ebbe grandi fortune, ebbe figli, onori, e tornò a Bologna ricco di milioni, ma notoriamente terribilmente sofferente e infelice” (citato da Pietro Treves, in Giovanni Pascoli, L’opera poetica, Firenze, 1980, Ed. Alinari). Si sa del resto che – pur senza far nomi – i Pascoli continuarono a ritenere mandante dell’uccisione paterna proprio un personaggio che negli anni si era arricchito, aveva acquistato una grande autorità e che nel 1916, alla sua morte, aveva ricevuto un solennissimo funerale.
Se di Cacciaguerra davvero si trattò (come sembra di dover dunque ritenere, non fosse altro per la vox populi) è davvero curioso notare con Pietro Treves come l’unica lettera di Caterina Allocatelli Vincenti che si è conservata fino a noi, sia indirizzata, poche settimane dopo il delitto (per la precisione, il 5 ottobre 1867), proprio a Pietro Cacciaguerra “amministratore della Torre dopo l’assassinio di Ruggero Pascoli”, anche se il contenuto della missiva riguarda solo questioni d’affari.
La morte violenta del padre fu solo l’inizio di una serie di tragedie che in pochi anni si abbatterono sulla famiglia Pascoli, fino ad allora così unita e felice. Di lì a poco morivano prima, di tifo, lappena diciottenne sorella Margherita (13 novembre 1858), poi la stessa madre, che mai si era rimessa dal grande dolore della perdita del marito (18 dicembre dello stesso anno). Giovanni, Giacomo e Luigi avevano fino ad allora frequentato il collegio “Raffaello” di Urbino, diretto dai padri Scolopi; Giovanni, in particolare, sotto la guida di padre Giuseppe Giacoletti e soprattutto sotto quella di padre Geronte Cei, aveva acquistato una salda cultura classica. Adesso le difficoltà finanziarie impedivano ai fratelli il proseguimento degli studi nell’Istituto urbinate. Con la morte di Luigi, avvenuta per meningite il 19 ottobre 1871, all’età di 17 anni, Giacomo e Giovanni abbandonano definitivamente il collegio e nello stesso novembre si trasferiscono a Rimini con la famiglia. A Rimini, Giacomo, il fratello maggiore, fu costretto a trovare lavoro ed a trasformarsi in “piccolo padre”, mentre Giovanni continuava a frequentare il liceo. Grazie all’aiuto del suo vecchio maestro, padre Cei, Giovenni poté entrare nel collegio “San Giovanni” di Firenze e completare lì gli studi liceali, per poi frequentare a Bologna la facoltà di lettere, dopo aver vinto una preziosa borsa di studio – che però gli fu tolta allorché partecipò ad una dimostrazione contro il ministro della Pubblica Istruzione, Ruggero Borghi, in visita all’Università.
La serie di disgrazie continuò con la morte del fratello Giacomo, anch’essa avvenuta per tifo, il 12 maggio 1876. Giovanni diventò, per forza di cose, il capofamiglia. Ma la famiglia si era dispersa, il “nido” era distrutto, e ormai da tempo.Non occorre seguire ulteriormente la cronologia delle vicende biografiche d Giovanni Pascoli, dalla prima esperienza politica presto abbandonata, alla laurea conseguita nel 1882; dai suoi successivi spostamenti per l’Italia (fino al suo definitivo stabilirsi a Castelvecchio di Barga), alla storia dei suoi rapporti con i fratelli e soprattutto con le sorelle Ida (il matrimonio della quale gli provocò un lungo “squilibrio nervoso” perché veniva ad intaccare il mito dell’unità familiare) e Maria (che venne poi ad abitare con lui). Non occorre, perché gran parte della psicologia del Pascoli è già venuta a formarsi, i caratteri che poi saranno i fondamenti della sua opera poetica si sono già costruiti. Se il Pascoli è il poeta del Fanciullino (e in qualche modo lo è, anche se non nella maniera e nella misura che possono apparire a prima vista), il Fanciullino è l’infanzia del nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che disarticola quel legame naturale.
 
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