Il sole in viso – Postcard from NYC #4 – “Of all the liars in the world, sometimes the worse are your fears” (Kipling)

Cammino svelto e dritto, e penso che devo buttare giù definitivamente delle righe per questa nuova postcard. E’ da più di un mese e mezzo che sono ritornato a NYC e oramai gli incontri e le storie si stanno affollando come taxi gialli in coda su Park Avenue.

Devo scrivere, prendendo il tutto dal mezzo, chiedendo al dio della sintesi di aiutarmi ma so già che non sarà così clemente con me. Prendetevela dunque con lui se troverete questa postcard prolissa e sconclusionata. Cercherò di mettere dentro un po’ di tutto, anche impressioni e pensieri volanti figli di un particolare momento, dilungandomi su certe cose che magari non avranno né capo, né coda; ma questa è New York, baby, prendere o lasciare. Qui non è così semplice districarsi, dominarsi e soprattutto ricondurre il tutto a un principio o a una regola. E allora, senza indugiare oltre, incomincio da ora e da qui. Prometto che la prossima la scriverò fra una settimana, così avrò poco o niente da raccontare.

L’ORACOLO.

Ho appena terminato un provino per Color, testo teatrale scritto dal mitico Gene Ruffini. Per chi di voi non lo conoscesse, Gene è quell’attore che compare in moltissimi film di mafia, quello che di solito sta seduto a un tavolo e indossa degli occhiali da sole pur trovandosi in un bar semibuio. Essendo un grande caratterista, ha lavorato con i maestri del cinema americano e in moderne serie televisive, sempre nel ruolo dell’italo-americano malavitoso. Non il capo e nemmeno il vicecapo, ma un uomo della cerchia più importante. Il suo tocco è inconfondibile: di solito recita in silenzio, in secondo piano, mezzo in ombra, in pose marmoree ed eterne. E ora ha scritto una commedia politica su un attore black che aspira a diventare il secondo presidente black degli Stati Uniti, osteggiato dalla stampa che lo accusa di violenza sessuale ai danni di una donna bianca. Una trama che mischia attualità politica, satira e dietrologia americana. Quando ricevo il copione sono a casa, rileggo più volte la mia scena ma ho la sensazione di capire meno della metà di tutti i riferimenti presenti. Poi ricerco i filmati delle interpretazioni di Gene e mi emoziono. I suoi silenzi sono pieni. Studio come meglio posso la parte per cui mi vogliono provinare, quella di Sam il produttore che cerca di trarre vantaggio da quella torbida situazione. Non per attribuire un pregiudizio al ruolo, cosa che non si dovrebbe mai fare, ma Sam mi sembra proprio un viscidone e io so che me la posso giocare. Ripeto a mantra le lines nella mia stanza a Crown Heights, Brooklyn, macino i chilometri in quei tre metri per due, masticando le battute. Mi registro un paio di volte ma inorridisco di fronte al mio accento.  Allora il giorno seguente chiedo a Eric, il mio maestro, di leggere le mie lines mentre io lo registro. Eric accetta ma declama le battute come fossero materiale di tragedia greca. Ascolto la sua voce enfatica in cuffia ossessivamente per i due giorni successivi fino a 5 minuti prima del provino, quando definitivamente spengo la registrazione e mi dico che le devo solo sputare fuori. Devo crederci, giocarmela con quello che sono, con il mio accento. Mi ameranno per questo, sarà la mia carta vincente, mi ripeto a denti stretti. E dopo essermi tanto abbattuto, speranzoso sogno (come sono normali questi sbalzi di umore su questa altalena di città), immagino le prove con la compagnia multietnica e con il vecchio Gene che snocciola aneddoti sulle sue vecchie interpretazioni. Oppure rimane nell’ombra della terza fila, in silenzio, e ci osserva con viso di ghiaccio.

E un minuto prima di entrare nella saletta dell’audizione ripenso a come sono giunto fin lì.

New York City Hosts Annual Halloween Parade

Halloween: quella sera opto per una mega festa in un teatro nell’East Village, tre piani e cinque sale, corridoi, scantinati, una gigantesca bottega degli orrori. Dovrei incontrarmi con Giulia, amica attrice italiana, ma per tutta la sera non ci incrociamo e rimango da solo, la condizione ideale nella notte delle zucche sdentate. E’ da 37 anni che quel posto accoglie frotte di gente travestita, unica eccezione l’anno scorso quando Sandy ha bussato alla porta del teatro, senza alcun dolcetto. Quest’anno, dunque, si celebra il grande ritorno del party e le sale sono un calderone di mostri di tutte le orride forme, tanto che mi sembra di essere finito nel bar spaziale di Star Wars, quello in cui molluschi giganti tracannano un drink dopo l’altro. I sotterranei sono umidi e labirintici, e nelle loro ombre si annidano creature solitarie come me. Conosco qualche mummia e un paio di squartatori, faccio amicizia con alcuni assassini, bevo con boia e scheletri. Alle pareti proiettano filmati conturbanti e io rimango del tempo imprecisato di fronte al video di una donna che si spalma un rossetto sulle labbra carnose mentre del fumo denso continua a uscirgli dagli occhi. Interesting. Mi aggiro tra le sale con la mia camicia nera, la coppola e l’anello d’oro al mignolo, e tutto d’un tratto incontro Elizabeth. Lei è vestita da regina della notte, non è la prima volta che ci incrociamo. Entrambi non riusciamo a ricordarci dove e rivanghiamo ambienti e situazioni, ma nessuna di queste ci convince. Senti, mi dice lei, sto per fare la regia di uno spettacolo proprio in questo teatro e secondo me, vestito così e con quella faccia, saresti un Sam perfetto. Certo, annuisco io, non sapendo minimamente chi o cosa sia Sam. E sulle note di un orchestra jazz che si impegna a farci saltare per tutta la notte, incontro un altra regina, una pantera jamaicana del Queens, con cui mi infilo in un altro baretto a spegnere il mio primo Halloween americano, baciato da lei e dalla mia buona stella.

Ed eccomi di ritorno a pochi minuti fa, nello stesso teatro. L’orchestra jazz non suona più e i mostri sono ritornati negli uffici e nelle case. Entro in una delle sale, Elizabeth mi sorride, di fianco a lei, statuario e con l’occhiale scuro, Gene. Mi studia. Mi chiede da dove vengo. Italia, Milano, ma in parte tengo sangue campano. Gene annuisce, magnifico nel suo silenzio. E poi l’audizione vola via fin a quando Elizabeth non mi interrompe. E poi guarda l’oracolo di fianco a lei. A very strong character, commenta lui e io non capisco se si riferisca al ruolo che ha scritto o alla mia interpretazione; glielo vorrei chiedere ma mi trattengo, sicuro che l’oracolo non avrebbe sentenziato altro. In ogni caso sono sicuro di averlo smosso. Li ringrazio, mi ringraziano, li ringrazio ancora una volta e poi, dato che non abbiamo più niente di intelligente da dirci, esco. E allora incomincio a camminare veloce e a cantare, adrenalinico in ogni poro. Non esiste sensazione più leggera di quella che si prova dopo un’audizione. Intorno a me si stagliano tutti i grattacieli di New York, con le loro luci gialle e le insegne dei negozi che brillano, e mi accorgo solo ora dell’avvento delle luminarie natalizie e del freddo. Ieri tanti gradi celsius, oggi il gelo polare, prova che il tempo è imprevedibile come questa città. Fino a tre giorni prima ti deprimi convinto che non ce la farai mai e poi d’improvviso una festa, un incontro, un provino, un salto nello spazio. Questa città è un fucking roller-coaster. E sto camminando veloce perché Irene ha il suo primo sketch lungo in uno spettacolo di stand up comedy. La mia amica ha una determinazione fuori dalla norma e io seguo la sua scia. Il tempo qui gira più veloce o forse siamo noi che stiamo correndo, macinando spavaldi chilometri su chilometri.

COME BOTTIGLIE DI BRUNELLO APERTE IN SERATE ECCEZIONALI.

Ho una tremenda voglia di casa come mai prima. L’aggettivo giusto per definirmi è sradicato. Inseguo una lingua non mia, in una cultura che non mi appartiene, mentre tutto diviene algido come in una sala operatoria. La temperatura che si approssima allo zero fuori e dentro di me. I nostri aliti prendono vita in grappoli di fumo e non si concretizzano in parole. La mancanza di radici scava dei vuoti che difficilmente riesco a colmare. Come quando l’anno scorso, tornato, non ho trovato più casa mia, solo allora ho realizzato che una parte della mia vita, della mia infanzia, per sempre era scomparsa. Oggi mi sono svegliato sradicato, con davanti una distanza impossibile da colmare, un oceano che divide me dalla mia terra, dalla mia famiglia, dal tempo che sto sottraendo a tutti per questa strana voglia di rimanere qua. Com’è difficile andare avanti oggi, far finta di nulla, conservare un umore limpido da uno che ha una sciarpa gialla al collo. E sorridere. Non ho voglia di affrontare l’ autunno, figurarsi l’inverno. La mia testa è un cumulo di foglie che volano via, ognuno per la sua scia di vento. Vorrei le cose più semplici possibili, una cena poco distante da tutti, poter viaggiare per poi ritornare ad un punto iniziale, vorrei il cerchio non la linea che si disperde. E’ sempre la solita routine, per cui alla fine mi chiedo perchè sto lottando così tanto: sveglia, bici, ponti, taxi, scuola, classi in cui siamo stipati come sardine, profumi di aglio, di juice colombiano, di menta fresca, spigolature e rotonditá nei volti, fa caldissimo qui dentro, il gelo fuori, lavoro, ristorante, clienti, soldi che guadagno, soldi che spendo, bici, ponti, notti, laptop aperti su cui mi addormento, sveglia, doccia, bar in cui mi riparo dal freddo, caffe americani che si acquistano e subito si raffreddano, vento che graffia le nocche, occhi di cui mi innamoro, occhi che non mi vedono, scuola, fila al cesso, fila nei negozi, fila nei sogni, vocaboli che non so, giornali che non capisco, persone che non rivedrò, messaggi senza risposta, i coreani, i cinesi, le francesi, quanto sono belle le francesi, perchè mi invaghisco sempre delle francesi, ho sbagliato città, dovevo andare in Francia e passare i giorni a raccogliere i cuori delle francesi e invece sono qui con questi dannati americani, con i clienti dell’Upper West che non capisco quando prendono i dannati Greygoose stirred up dirty with twist and extra olive aside con gli spaghetti alla carbonara, li disprezzo ma l’unico modo che ho di ribellarmi alla loro pochezza di gusto è spingerli a farli ubriacare e trangugiare il veal chop, il piatto più costoso del menù, lo faccio solo per guadagnare di più, e in questo sono il vegano più falso del globo, sono così tremendamente malinconico e sradicato quando dal fondo di una bottiglia avanzata rubo un assaggio di brunello imbottigliato decenni fa, sognando le colline del senese e i profumi di bacche e liquirizia di quella terra che da lì pensate sotto una montagna di rifiuti e corruzione ma che da qui, conservata in queste bottiglie arrivate dal mare, è più preziosa e bella di qualsiasi altra cosa.

NEIGHBORS. Da oramai due mesi, ogni sabato mattina ci incontriamo in un piccolo appartamento sulla quindicesima. Un divano e una luce forte che penetra dalla finestra. Di solito uno dei tre arriva segnato dalla notte prima, con irrisorie ore di sonno addosso, e lo si prende in giro, si ride, si beve il caffè e poi il tè, si mangia qualcosa, si condividono episodi della proprio settimana o della propria vita, è uguale. Lentamente il salotto si anima, le chiacchiere si spengono e prendono corpo le parole del nostro spettacolo, scritto a 4 mani, alcune nate proprio tra le righe di queste postcards.  “Neighbors” parla di due personaggi che si ritrovano a NYC, sono vicini, condividono sfighe amorose, si avvicinano sempre di più fino a diventare inseparabili, praticamente una coppia di fatto.  Tra i due c’è chi si innamora troppo facilmente e lascia scoperto il fianco al coltello, e invece c’è chi non si innamora mai, ma insegue solo chimere, rapporti immaginari con donne fidanzate, impossibili o solo incontri fugaci. E il copione potrebbe arricchirsi ogni settimana di più. Scorro i nomi e gli episodi di questi mesi, quelle serate indimenticabili con donne con cui ho costruito solide storie immaginarie, che dopo un secondo si sono rivelate di più ridicole ed evanescenti di gas esilaranti. Randomly. Tutto è cominciato al mio compleanno: ballavo cumbia, bevevo margarita, festeggiavo la mia nuova età, mentre due domenicane americane accendevano fuochi artificiali intorno a me. Poi serate a singhiozzi, come quelle con quegli occhi neri del Michigan: un bell’incontro di una settimana, due o tre uscite senza pretese, ma qualcosa non è scattato, troppo timidi e diversi. Lei ad Halloween si è vestita da scout, io da camorrista, di certo non poteva funzionare. Poi è arrivata un’altra francese, una delle tante, che abitava a Soho, che arrivava al nocciolo dei discorsi e mi imbarazzava. Dopo ore e ore che parlavo spalmato sul divano di casa sua, mi fa: ancora non capisco cosa tu stia aspettando, perchè non mi sei ancora saltato addosso? Effettivamente neanche io lo capivo: potevo essere il suo amante ma mi ha scaricato subito per il suo vecchio ragazzo. Per un po’ la ferita si è fatta sentire, ma poi è arrivata l’altra francese, che per Halloween aveva gli occhi neri e una ragnatela addosso. Mentre ballavo con lei, la sala è sparita e anche tutti quelli intorno, mentre i nostri corpi si fondevano e creavano torbidi attriti. Poi, dopo che si è spostata in camera e io l’ho seguita, lei, girandosi, mi ha detto: non capisco cosa tu voglia da me? Avrei voluto dirle che ero quello che fino a 10 minuti prima stava in sala con lei, ma poi ho lasciato perdere e le ho detto che stavo solo andando a casa e la volevo salutare. Ciao, le dico. Addio, mi fa. E poi è arrivata in città la fotografa svedese, un vecchio incontro dell’anno scorso. L’ho inseguita e invitata nei locali dove i cocktail sono intrugli aromatici da centellinare, e lei si presentava con la sorella che scombinava tutti i miei piani. Quando il mastino se ne andava in bagno, io cercavo di baciarla ma lei, dandomi segnali di apertura fino a un attimo prima, si rivelava molto fedele al suo fidanzato, ignaro a Stoccolma. Eppure la serata è stata divertente e io ho scoperto un locale fumoso nel Lower East Side, con delle lucine rosse tipo pista di atterraggio. E poi la mia amica svizzera compagna di scuola. Lei mi è piaciuta sin da subito, ho cercato di dominarmi e fare l’amico, ma poi ho fatto un pranzo coreano con lei, e ho capito che per un po’ non dovevo più vederla perchè il rapporto era un troppo squilibrato. E poi l’ultima francese della lista, conosciuta in metropolitana: mi ha svegliato e salvato da un capolinea certo. Lei era un peperino mediterraneo, mi ha invitato al suo Destruction Party ma lì c’era il suo ragazzo che ha passato tutto il tempo a custodirla e a toccarle il culo. Io, invece scattavo foto e bevevo, perchè il vero mistero dell’arte risiede nelle sfighe amorose.

Ed ecco che così nasce facilmente un testo teatrale che parla di NYC e di incontri. E Irene ne potrebbe raccontare altrettanti, cosiccome Ilaria. Ed esorcizziamo tutto, mettendolo a commedia. Ridiamoci sopra e scriviamo questa commedia antiromantica, sempre meglio che deprimersi. Ritornando alla nostra unione, a questa amicizia fraterna con Irene, molti si sono aspettati che prima o poi ci saremmo cascati. E invece no, mai è successo e mai succederà (credo che questa sia una di quelle poche volte in cui il mai è davvero mai). E’ sempre più profondo questo legame, molti non la capiscono, eppure è così semplice. La cosa più vicina a una famiglia che potessi trovare. E’ di questo che il testo parla. Quindi il sabato mattina è diventato il giorno della famiglia.

THE MANDRAKE ROOT. La compagnia della Mandragola di Machiavelli è vivace, siamo in 6 con una regista che è una leonessa. Io sono l’ultimo arrivato, non parlo bene inglese come gli altri ma alla fine sono qui solo da 4 mesi, mentre gli altri da anni. Iniziare le prove di questo spettacolo è stato un balsamo, mi sono rimesso a imparare battute, a immergermi in storie e personaggi dopo mesi di astinenza. Il mio ruolo è quello del giovane innamorato, Callimaco. La sua battuta leitmotiv è “I’m ready to die for joy”. Adoro urlarla e poi stramazzare sul palco, fingendomi morto per svariati secondi. Forse è una cosa che piace solo a me ma fin quando nessuno non mi dice che è eccessiva continuerò a farla così. Callimaco impazzisce per amore perché si innamora della donna sbagliata, già maritata. In un periodo di amori volanti e contrastati, questo ruolo mi si è incollato come una calamita. O il pazzo o l’innamorato mi fanno sempre fare. Durante le prove mi diverto tanto, e anche fuori, perchè oramai siamo tutti diventati intimi. Siamo andati a prendere i costumi e il materiale di scena da Materials for the arts, una warehouse nel Queens, dove puoi trovare e prendere qualsiasi cosa senza pagare nulla. E il concetto di warehouse rende bene l’idea della gigantezza di quel posto. E il concetto di qualsiasi cosa rende bene l’idea del qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Le persone che donano oggetti e materiale al magazzino hanno tasse ridotte e le persone che prelevano devono solo dimostrare di appartenere ad una compagnia o di essere artisti. Probabilmente in Italia le persone prenderebbero gli oggetti, poi uscirebbero, farebbero 500 metri e si metterebbero a rivenderli agli angoli della strada. Avremo il debutto fra una settimana alla Casa Italiana, sulla dodicesima. Ancora mi incespico sulle battute in inglesi, ho dei mologhi infiniti in cui mi perdo tra suoni gutturali e “r” tracheali, ma mi piace così tanto buttarmi contro i muri, per terra e manifestare platealmente il mio dolore che di ciò non mi curo. “Nothing is ever so desperate that there is no ground for hope. Even if the hope is vain and foolish, a man’s will and desire to achieve what he wants, will make it seem not to be”. Questo è il punto.

*

UNO SGUARDO SUL PONTE. Caren è un psicanalista che vive nella parte bassa orientale di Manhattan, ha cinquantanni, è lesbica, rivoluzionaria adesso come allora, dipinge. La incontro al ristorante, parliamo, poi mi da il suo bigliettino. Verresti a posare nel mio studio per 15 all’ora? Accetto, di domenica mattina non ho mai niente da fare. Vado da lei. Alle pareti tele di evirazioni e penetrazioni, bambine su delle altalene appese ad alberi che a guardarli bene sono falli giganti. Interesting. Non so bene cosa io c’entri con quelle scene e come lei mi dipingerà, se su un’altalena o sottoforma di albero fallico, ma mi fido di lei e poi oramai ho accettato. La sua pennellata è molto bella, cosiccome i soggetti dei suoi quadri. Vorrei farle delle domande ma ci conosciamo poco e non vorrei sconfinare. Mi denudo e mi fa sedere su una poltrona rossa. Incominciamo la sessione. Tre ore con piccole interruzioni in mezzo. Ascoltiamo musica rock anni ’70, soprattutto cantautrici; Caren canta libera mentre dipinge e senza accorgersene si sporca i riccioli biondi che la fanno sembrare un piccolo folletto della foresta. Io durante quelle tre ore guardo fuori dalla finestra. Davanti a casa sua il ponte di Williamsburg e le persone che passano in bici. Ho un rapporto emotivo con questo ponte, su cui ho sperimentato fatica e leggerezza.

Se i ciclisti alzassero lo sguardo mi vedrebbero nudo su un divano rosso, immobile come un gatto che controlla il traffico e lo scorrere lento delle barche sul fiume. Spero che qualcuno lo faccia, per cui mando messaggi telepatici ma nessuno li coglie. Finisce la sessione e Caren ha fatto due dipinti. Uno è estremamente rassomigliante, quasi mi fa impressione. La pelle bianca, il petto e lo sguardo fiero adulto, ma il corpo raggomitolato ancora bambino. C’è qualcosa di regale e di infantile in tutto questo. Un giovane che vuole crescere in fretta. L’altro non c’entra nulla ma mi fa ridere: un incrocio tra Benigni e un putto ebreo avvinazzato. Caren non ha intenzione di esporre nulla, dipinge solo per passione. Credo che in realtà lo voglia fare ma ha paura del giudizio degli altri. Commentando i suoi dipinti, la incoraggio e le dico che mi piace molto l’accostamento dei colori. Lei annuisce ma credo abbia davvero troppa paura di uscire allo scoperto. Alcuni dipinti sono proprio belli, soprattutto quelli di donne anziane, sue amiche che un po’ per gioco, un po’ sul serio hanno posate nude di fronte a lei e a quel ponte. Ce ne saranno decine e decine, accatastati alle pareti. Anche io sono contento di essere entrato in quella galleria, sotto forma di giovane principe e di ubriaco gremlins. Oramai la domenica mattina tre ore le passo da lei.

Francesco Meola

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Una risposta a Il sole in viso – Postcard from NYC #4 – “Of all the liars in the world, sometimes the worse are your fears” (Kipling)

  1. Chojs ha detto:

    This piece gave an enchanting and funny view onto a world that is wonderfully removed from the domestic dramas of roof repairs, dirty nappies and flying baby food that currently befall two inhabitants of what must be a fairly normal or at least, statistically unremarkable London household. Ringraziamo l’autore per il suo lavoro e aspettiamo la prossima puntata.

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