Il sole in viso – Postcard from NYC #3 – Due estratti di vita newyorkese

Mucho calore, poco dinero

Dentro a un piccolo ristorante nel cuore di Midtown, appoggiato al bancone, con il mio completo bianco e nero, la cravatta imperfetta e il grembiule a coprire le macchie di cera. Le luci soffuse alimentano un remoto senso di dispersione. Mi guardo intorno: il riflesso della fiamma galleggia sui tavoli ramati, ai muri sono appesi trionfanti i poster di “Roma” di Fellini, di “Vacanze Romane”, di “Un americano a Roma”, e all’ingresso la Bocca della Verità accoglie sorniona i clienti. Per chi ancora non l’avesse capito, siamo un ristorante romano, facciamo piatti romani, sappiamo cucinare la fettuccina e la porchetta, e sui bucatini e sugli spaghetti alla Gricia noi ci mettiamo il pecorino romano perché siamo sino in fondo fedeli alla tradizione. E se non bastasse tutto questo, ce sta la maglia de Totti con l’ autografo e una frase che dice “To the last legion, con simpatia, Francesco Totti”  e dall’altra parte la facciona di Sordi che guida un’ Harley davanti al Colosseo. Mancano solo i lupacchiotti e una gigantografia di Bombolo col dito puntato a indicare i vespasiani. Mi appare tutto così squallido oggi. La Bocca all’ingresso non ruggisce più, sbadiglia o dorme. Panem et circenses, sed pauci clientes.

Mi scopro altre macchie, leggo il menu degli scotch e dei bourbon (di certo romani anche quelli), e poi scarabocchio il quadernetto per gli ordini ancora pulito. D’un tratto sibilo un peto con le labbra e me la ridacchio da solo, tanto nessuno mi sente. Non ho niente di meglio da fare: oggi la clientela è timida oppure è partita per le scure spiagge di Montauk. Ipotesi e poche certezze, in questa landa desolata all’interno di un isola sovraffollata. Abbiamo avuto giorni, durante le tre settimane di Restaurant Week, in cui uscivamo stanchi con portafogli rigonfi di banconote e le facce di Jackson, Hamilton e Franklin annuivano ammiccanti. Ma da quando è finita la manna di agosto, quei presidenti non ci sono più ed è rimasto solo Giorgione Washington a guardarmi severo dal suo ovale. Big George abbi compassione e invita i tuoi cari amici presidenti a cenare qua di nuovo,  facciamo un tonnarello cacio e pepe che è speciale.

Tutti dicono che con l’autunno gli affari ritorneranno a girare, ma è altresì vero che il ristorante che sta proprio davanti a noi ha centinaia di tavoli prenotati da giorni, mesi, anni, forse da ancora prima che lo aprissero. E di fianco c’è Kraft, il ristorante di Tom Colicchio, uno chef televisivo che manco sto a dirvi quanti coperti fa ogni sera. Ma noi siamo un ristorante a clientela fissa, una clientela abitudinaria da quartiere, una clientela che non ci abbandonerà di certo per questi colossi che ci sovrastano. Bisogna solo aspettare e pensare positivamente. Irene dice che quando non si lavora, si ha più tempo per riposare. Ok, ma io qui sono pagato solo a mance e se non ci sono clienti, non ci sono mance. L’equazione è semplice. E non c’è niente di più malinconico di un ristorante vuoto e di un cameriere che stappa i propri ricordi passati. C’era quella trattoria vicino a casa a Milano talmente vuota che quando ci buttavo l’occhio, vedevo il proprietario e i camerieri guardarsi arresi nelle palle degli occhi, come in una malinconica scena di presepe. Oggi mi schiaccia lo stesso senso di inutilità e per di più non ho nessuno da guardare in sala. Mi affaccio fuori e sorprendo una coppietta di innamorati che studia il menù. Mi guardano e se ne vanno, forse la mia espressione disperata li ha spaventati? Vado un po’ in cucina. I cuochi messicani azzardano due passi sulla solita cumbia, parlano di donne col culo grosso e di scommesse calcistiche. E’ una ciurma di indios allegri con gli occhi luccicanti, il corpo spesso e i capelli sempre bagnati. “Ti devi tagliare il pelo”, mi dice Yuca, il cocinero. Magari mentre aspetto i clienti, posso afferrare le forbici per il pollo, andare in bagno e raparmi a zero. Così, giusto per fare qualcosa. Mentre vagheggio, un messicano placido mi si para davanti: è Raimundo, il lavapiatti bonario e religioso. Ci osserviamo per un po’ senza dirci una parola e poi tutto d’un tratto mi fa “ in autunno, quando gli uccelli se ne andranno, i clienti ritorneranno, tu farai tanti soldi, mentre io lavorerò come un cane, questa è la vita, non sono mai tutti felici o tutti scontenti, sempre un misto delle due cose, credimi, io ho due mogli e so come vanno le cose, fra qualche anno tornerò in Messico e allora non farò niente, ma proprio niente, tutto il giorno con i miei bambini e i miei cani, ma ora sono qua e penso solo a lavare i piatti, mucho calore mucho calore, tu ora goditi la serata, riposati, e se ce la fai vai a prendermi un bel bicchierone di succo d’arancia, ho proprio voglia di succo d’arancia, a me la birra non piace”.

Torno in sala. Quel profeta messicano ha ragione: quando il calore se ne andrà, torneranno i clienti e con loro i presidenti. Non ha senso preoccuparsi. Come ha detto mio fratello quando è passato di qua, sono stato molto fortunato ad aver trovato questo lavoro e a vivere ora in questa città.

Mi devo ancora abituare al carattere imprevedibile di NY. Un giorno ci sono 33 gradi, il giorno dopo 9. Non c’è mai una via di mezzo, ma up and down every day. La città non sa essere delicata con chi cerca il clima mite. O troppo busy da non riuscire a respirare o totalmente vuoti e svuotati. Mi accorgo di conoscerla ancora poco questa città che non è l’ America, ma qualcosa di diverso e speciale.  Certi giorni mi sento un newyorkese acquisito, certi altri sento che non riuscirò mai ad annullare completamente il mio accento, la mia parlata da italiano cialtrone e che sarà difficile lavorare davvero come attore. E poi quante cose ancora non so: ogni singolo quartiere è una città a sua volta, ci sono troppe facce, nomi che si sovrappongono e che si sono materializzati nell’agenda del mio telefono. Ero partito con giusto due numeri e dopo nemmeno due mesi scorro e conto contatti su contatti, alcuni di persone che non ricordo nemmeno di aver incontrato. Chissà chi sono. Ho il numero di una ragazza che ho conosciuto e che credo si chiami Jasmine, o forse Janine o forse Jali, l’ho segnata solo con l’iniziale J e le vorrei scrivere ma non…shit, è entrato un cliente, devo andare.

La ciliegina sulla torta

Mentre ballo scompostamente un po’ brillo e canto in coro il ritornello di un pezzo che non ho mai sentito, in una piccola stanza buia, abbracciando l’ombra di mio fratello e di altri cileni appena conosciuti, nell’appartamento di Brooklyn di un tizio sovrappeso con gote rosse e catenazze d’oro che compie gli anni e che ci ha accolto come fossimo i suoi fratelli tornati da un lungo viaggio, offrendoci litri e litri di birrette gelate e altri intrugli in bicchieroni rossi oversize, su una terrazza sovraffollata da tanti sconosciuti che giocano e parlano e flirtano e sanno che a fine serata non si vedranno mai più, colgo per un attimo il senso dell’ignoto di quella nottata. Chissà come finirà? Giusto per capire come siamo giunti fin là, torno indietro di qualche ora.

Al lavoro ho fatto uno shortino, un turno breve da 4 ore. I clienti scarseggiavano per via del caldo ancora invadente, ma io sono sollevato perchè è venerdì sera: ho promesso a mio fratello una serata DOC a Brooklyn. Il piano è di rimanere fuori tutta la notte, andare a ballare da qualche parte, vedere l’alba di Battery Park, fare colazione sulla baia e poi prendere il battello per Governors Island per partecipare a un brunch con persone vestite anni ’50, e una volta lì stenderci orizzontali su un prato inglese, placidi come foche al sole. Di mezzo c’è la notte e la nostra voglia di stare insieme. Non posso sbagliare, per cui vado a colpo sicuro: gli propongo Union Pool. Il locale-piscina è il mio asso nella manica, l’antro delle meraviglie per chi come noi è in cerca dell’ignoto. La facilità con cui si può entrare in relazione con le persone a Union è disarmante: entri nel giardino e trovi tanti piccoli capannelli aperti, coppie e trii di persone che parlano una lingua speziata da accenti diversi. E tu ti aggiungi morbidamente alla conversazione: racconti la tua storia, inventi qualcosa, sei splendidamente sul pezzo, sorseggi, offri una birra, te la offrono, osservi curioso gli altri capannelli, butti un occhio nella sala dove suonano musica dal vivo, balli un paio di canzoni e poi di nuovo fuori. Ti sfiora un vento d’estate e nuvole di cibo messicano: il chiosco dei tacos dentro il giardino vende pannocchie dorate che sono il nostro cavallo di Troia. Attacchiamo discorso con le ragazze americane accanto a noi. Un incrocio di nomi e storie che rapidamente si confondono nella mia testa. Ci dicono che devono andare ad un party di compleanno di un loro amico a Bushwick. Orgogliose ci mostrano un biglietto di auguri housemade su cui anche noi mettiamo la firma. Il gioco è fatto, praticamente sottoscriviamo l’entrata al loro party. Siamo in tre: io, Andrea e Daniel, il giovane amico freesbista di mio frate. La situazione alla festa è come l’ho descritta prima. In più adesso stiamo partecipando a un gioco con i bicchieri rossi oversize, una sorta di staffetta alcolica con altre persone, per cui si beve quando si gioca e si beve quando si perde e i vincitori festeggiano bevendo.  Dopo un’ora di baldoria, decidiamo di spostarci in un altro bar, il Tandem, un posticino lì vicino illuminato solo da candele. Non so ancora perché decidiamo di andarcene da quel party meraviglioso ma ce ne andiamo. La voglia dell’ignoto prevale. Al Tandem la sala è gremita di hipsters, l’aria invasa da odore di segatura da cesso, fusti di birra e profumi di donna. Non siamo molto esaltati e poi ora siamo in quattro perchè con noi c’è anche Gabi, una giovane americana con cui ho avuto un incontro ravvicinato alla festa. A me lei non dispiace, anche se preferirei rimanere nella compagnia solo maschile per fare altre goliardate. Rimaniamo un po’ lì, ci muoviamo poco convinti nella sala dove raggi di luce verde creano ragnatele intorno ai nostri corpi. Nel frattempo l’orologio batte vigliaccamente le 3.13, Daniel in tutta quei raggi non si trova più, Gabi è stanca e scompare in un taxi. Rimaniamo in due. Andrea non sembra sentire la stanchezza, io invece incomincio ad essere un po’ piegato, dopo la sveglia presto, la scuola, le camminate, il lavoro, i capannelli di Union, i fiumi di birra, i cileni, le effusioni con Gabi, le luci verdi del Tandem. Ma il nostro obiettivo rimane l’alba sul molo e io non ho il coraggio di mollare proprio ora. Per cui dopo un bagel volante in un dely notturno, ci spostiamo al The Woods, un locale a Williamsburg che potrebbe riservare belle sorprese. All’ingresso una coppia di ragazze poco vestite riposa pacifica appoggiata al muro. Entriamo. Il The Woods vibra ancora ma è pieno di squali, predatori affamati che cercano solamente lo struscio spinto con le smandrappone. E’ uno spettacolo ignobile, nessuno sente più i pezzi che cambiano, ognuno segue il proprio ritmo e balla con i propri ormoni. Noi non ci sentiamo da meno per cui ci buttiamo in pista, facendoci spazio tra altri uomini soli. Io sto ballando con ancora addosso lo zaino di scuola e mi accorgo che la percentuale donne – uomini è di 1 a 10. Sembra un sogno lontano la festa di prima. Usciamo. Le  due ragazze che dormivano placide sono in realtà sfatte di alcool e vengono svegliate e fatte andare via. I taxi arrivano e fanno razzia di clienti. Finalmente buttiamo anche noi la spugna e decidiamo che l’alba la vedremo un altro giorno. Così incominciamo a camminare lentamente verso casa. 15 minuti prima di arrivare alla fermata della Linea L, poi altri 15 per arrivare alla City e poi un altro pezzo a piedi fino alla 14esima per prendere il Path che ovviamente è annunciato per le 5.20. Il treno arriva, la carrozza davanti a noi si apre gremita di persone. Con le ultime forze rimaste corriamo a prendere quella davanti, meno affollata. Dopo un paio di fermate ci ritroviamo seduti, uno davanti all’altro, e dopo poco abbandoniamo le teste all’aria. Io lo guardo dormire, mentre le mie palpebre si fanno pesanti. Ed ecco che proprio allora, l’ignoto si presenta davvero davanti alla nostra porta e senza bussare la spazza via. Il treno è fermo da pochi secondi alla fermata New Port, siamo già nel New Jersey. Nella carrozza di fianco alla nostra d’improvviso delle urla acute, e poi due spari di pistola. Dopodiché il delirio: la porta della carrozza si spalanca, entra una fiumana di persone in panico, un uomo urla “correte via, correte via”. Di riflesso, ci buttiamo anche noi nel flusso, ingolfiamo la porta che da sull’ultimo vagone, mi spingono, scivolo, mi rialzo, Andrea è di fianco a me, corriamo fino in fondo, ci accorgiamo che non si può andare più avanti. Siamo topi in gabbia. Ci guardiamo. Abbiamo lo stesso respiro, alto e veloce. Non può che venirci in mente la strage di Columbine. E noi ci siamo in mezzo. Si aprono le porte delle metro, mi affaccio e mi passano davanti due persone arrancanti con ferite da arma da fuoco che scompaiono sulle scale. E noi dentro che cosa facciamo? Senza pensarci su due volte, pur con una paura fottuta di ricevere un colpo alla schiena, corriamo anche noi verso le scale e poi fuori, incolumi, vivi. Ci allontaniamo dalla metro nel deserto di New Porth. Una coppia di gay sta scappando come noi e prova a calmarsi a vicenda. Decidiamo di trovare un taxi ma è impossibile, in giro non c’è un’anima. Arriva la prima volante, poi due, cinque, dieci, venti. I poliziotti escono correndo armati fino ai denti. Lentamente la metropolitana sputa fuori le altre persone. Ci affolliamo davanti a un hotel e cerchiamo di ricostruire attraverso le parole degli altri quello che è successo. Non lo sbotto di un killer psicopatico ma uno scontro a fuoco tra due galli di metropolitana. Intanto delle ragazze vestite per la serata piangono sedute sul marciapiede mentre altre le consolano. Tutti chiamano i taxi, ma non arriva alcuna vettura per minuti e minuti. Decidiamo di spostarci di nuovo e finalmente ne intercettiamo uno. Il taxista è totalmente inconsapevole di quello che è appena successo. Mentre la macchina sfreccia per le vie deserte e ancora addormentate, il profilo magnifico dell’alba di New York si apre davanti ai nostri occhi. Ci sono tutti colori primari nella loro forma più pura. É uno spettacolo magnifico, è l’unione sentimentale del mattino con la notte. Finalmente l’alba l’abbiamo vista anche noi, per più di un attimo ho temuto che non avrei più avuto questo piacere.

A NYC funziona così: ci sono notti che iniziano gagliarde, occorre davvero poco per  metterle in moto. Il problema è che una volta avviato il motore la macchina parte e tu ti accorgi di non riuscire a guidarla come vorresti. Ci sono pensieri giornalieri che puoi spegnere solo di notte, stando insieme ad altre persone, regalando te stesso all’incerto. Io adoro la città di giorno quando il sole ti apre gli occhi e ti mostra i grattacieli che si stiracchiano fino al cielo, ma alla fine mi sono innamorato di NY di notte, quando la città si mette i gioielli e si trucca per uscire. In quelle ore davvero tutto può succedere.

Francesco Meola

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