Il sole in viso – Postcard from NYC #2 – Jersey City _ Manhattan _ Jersey City _ Manhattan _ Jersey City _ Manhattan..

Oltre un mese è passato dal mio sbarco, i giorni si trascinano lunghi e imprevedibili, incominciano alle 6.15 e si spengono ad orari licantropi. Non ci sono momenti di pausa, la piccola Dumplin mi traghetta da un posto all’altro con un fiuto tutto suo, come un cagnolino ai primi mesi di vita che tira in continuazione.

Uscire ogni mattina alle 7.30 da Terrace Avenue è come resuscitare da una bara. C’è sempre qualcosa di apocalittico nell’aria che mi fa presagire che la giornata sarà infinitamente lunga. Ci sono giorni, quando il tempo è nuvolo e scenograficamente minaccioso, che mi fanno sentire Lazzaro che riassapora l’alito di vita. Quando invece il cielo è blu, è proprio blu e vorrei solo fare un passo stramazzare a corpo morto sul praticello davanti casa, chiudere gli occhi e riaddormentarmi vestito nella fresca aria di fine estate. Invece rimango in piedi, guardo il viale deserto e con la coordinazione di un orso monto sul sellino alto della mia bici in miniatura. Le prime pedalate sono un annaspo: si incomincia subito con una salita di 4 minuti prima di intravedere le prime forme di vita. Eppure Dumplin ogni mattina affronta la salita e la spunta, perché ha un demone che la bracca da dietro. Quel demone non sono io, è la forza di vitale voracità che trasuda dalle case e dalle persone di NY e di riflesso anche del NJ. Una volta raggiunto il JFK Boulevard, ci uniamo alla fiumana che porta verso il Path Train e poi da lì fino alla City, già affollatissima dalle prime ore, come se all’alba ci fosse una staffetta sicnronizzata tra chi l’ha popolata di notte e chi lo farà di giorno. Nessun segno di inceppamento in questa catena di montaggio così che le strade rimangono sempre busy. La città è un alveare, non esistono orari che non siano di punta, tutto è a punta e ti buca la pelle.

Esco dal tunnel del Path e sbarco nel cuore della mela. La folla e l’altezza dei palazzi intorno a Madison Square Garden mi perforano la vista; in cima svetta la bandiera americana.  Sono in ritardo. In sella alla mia biciclettina indemoniata viaggio a una velocità costante tendente al pianino, incuneandomi nelle vie di luce e di ombra, mentre di fianco a me sfrecciano taxi, macchine della polizia, pompieri, ambulanze, skate, macchine basse vintage, bancarelle rotellate di frutta, limo, altri ciclisti, guidatori di risciò e ratti. Tutti ma proprio tutti mi sorpassano, ma a me non frega granchè. Dumplin ha una ripresa eccezionale, con tre pedalatine delle sue ti divora sei metri come niente; poi però rallenta perchè non si può pedalare sempre come dei criceti. So che fra poco rincontrerò quelli che mi hanno sorpassato fermi sul ciglio della strada, intenti a puntare gli occhi tra le nuvole di vetro, a spiare una persona assurda come solo qui se ne vedono. E loro per qualche secondo accostano e poi riprendono ad andare, mentre sentono scorrere immagini che toccano il cuore, lo trafiggono, e poi salgono selvagge fino al cervello. E una volta lì, ci mettono un po’ a lasciarsi domare.

Gli unici di cui effettivamente mi prendo gioco, sorpassandoli e intrufolandomi tra di loro, sono i pedoni. Poveri, ridicoli e lenti, per lo più turisti di infima categoria. Non sanno fare altro che affollare goffamente i marciapiedi e ingorgare gli incroci. Ogni volta che scatta un rosso sono in centinaia, forse migliaia in attesa e quando scatta il verde è un’intera orda di turisti che attraversa la strada. Sono esche deliziose per ristoratori e gestori di souvenir shops.  Quando scatta il verde per loro e il rosso per noi, io e Dumplin passiamo in mezzo a questa colonna di corpi micragnosi che si chiudono a sipario, obbligandoci ad accelerare e a tentare il tutto per tutto. Nemmeno Indiana Jones e Shoorty riuscirebbero a salvarsi così all’ultimissimo secondo.

Tra i pedoni ovviamente ci sono anche i lavoratori: podisti instancabili, 24ore e caffè freddo sempre in mano, pensieri nascosti in testa, un filo preciso e freddo li guida e non li fa mai vacillare, disumani robocop privi di indecisioni. Loro sono i veri abitanti della City, hanno nomi americani, cognomi stranieri e non sanno nulla dei loro antenati che giunsero qua solo qualche ventennio fa.

Poi ci sono di quei camion enormi che cigolano e sbuffano, che alzano nuvole di polvere, che nascondono quantità industriali di cibo, la sovrabbondanza su larga scala. Mi colpisce sempre che ce ne siano così tanti e siano così grossi, proprio in città. Hanno anche aspetti buffi, forme bombate e sembrano delle micromachines degli anni ’80 sovradimensionate.

Trasportano aragoste, tonni, tovaglioli, pani, pomodori, melanzane cinesi, patatine fritte, formaggi francesi, tubi per ponteggi, scarpe di gomma, materiale dell’esercito, munizioni, giocattoli per adulti e messicani.

Tutto si sposta e tutto viene consumato a ritmo frenetico. I sacchi dell’immondizia riposano per ore ammonticchiati sui marciapiedi e una folta squadra di netturbini li carica sui camion spazzatura, portandoli nel New Jersey molto probabilmente. E solo dopo pochi minuti ce ne sono altri che spuntano come funghi che marciscono in fretta. Rimangono solo poche ore sull’asfalto e lasciano macchie scure con rigagnoli a forma di insetti alieni.

Chissà se i camion spazzatura nei loro tragitti evitano di passare per quel carnaio di Times Square. Non so se ci siete mai stati, ma dovreste vederla, tuffarvici. Passare per Time Square a mezzanotte equivale bersi con gli occhi, in una solo sorsata, ogni genere umanità e pubblicità al neon. Una doccia completa che causa prima agorafobia e poi domande esistenziali. Dopo che ti ritrovi per questo crocevia per più di 10 minuti, diventi una goccia d’acqua e ti chiedi serio se vale la pena fare 30 minuti la fila al cesso del negozio delle MSM, se è meglio fare la foto con il pupazzo di Garfield oppure con Scooby Doo, quanto può guadagnare in una giornata Puffetta e se si possa inventare il costume di uno nuovo supereroe che diventi subito il re della piazza, tipo SuperPizza o SuperBagel. Ma siamo a New York e immagini che qualcuno sia arrivato a quel costume prima di te e sia già ai Caraibi a spendere le montagne di spiccioli ottenuti grazie a quel costume geniale. Se passi per Times Square e non hai abbastanza energie per affrontarla, rischi di considerare la tua vita inutile quanto un centesimo ramato per terra.

E per tutto questo è educativa e postmoderna Times Square, raggiunge meandri aldilà di ogni possibile immaginazione. Quando di notte guardi la città da un tetto, vedi i vari grattacieli illuminati: il Crysler, l’ Empire, il Metlife, Il Rockfeller, altri di cui non mi ricordo mai il nome ma che portano nomi o di banche o di famosi magnati del secolo scorso, e poi lì in mezzo un cono di luce puntato verso il cielo. Ecco, quella è Times Square con il suo spreco sfavillante di energia elettrica. E dato che siamo in panoramica, vi parlo un po’ delle varie prospettive da cui si può guardare NY: dai tetti o dalle viscere sotterranee.

Dai tetti: Ci sono due modi diversi di intendere il rooftop.

Uno. Generalmente a Brooklyn, estemporaneo, selvaggio, animato da notti di feste leggendarie sopra vecchie fabbriche abbandonate, dj con impianti essenziali ma efficaci, tinozze piene di acqua fredda per tenere in fresco le latte di alcolici. Puoi venirne a conoscenza o perchè senti la musica e segui qualcuno che sta salendo le scale e dici che conosci un certo John che dovrebbe essere di sopra con gli altri bros, oppure tramite messaggi che ti arrivano all’ultimo, una volta finito il lavoro. Una volta sopra, trovi ragazzi che ballano davanti allo skyline, le casse pompano onde sonore a volumi disumani, il cuore vibra su basse frequenze, mentre un elicottero passa sopra le teste. Ce ne sono tanti di rooftop illuminati e festanti e noi siamo piccoli indiani che accendono fuochi e lanciano segnali di fumo agli altri tetti. Dopo poco arriva la polizia che blocca la festa, ma gli indiani non si danno vinti e dopo 20 minuti continuano a ballare con stereo piu piccoli ma con ancora più accanimento. Grandi serate quelle, in cui riacquisti tutte le energie che pensavi di avere polverizzato durante la settimana, in cui sei talmente rigenerato dai nomi, dalle chiacchiere, dagli incontri di occhi e labbra che addirittura consideri l’ipotesi con qualcuno o meglio con qualcuna di dormire sul tetto in pantaloncini e maglietta. Ma poi a una certa ora fa troppo freddo e vigliaccamente ritorni a casa., abbandonando i tuoi nuovi amici e gli amori che quella notte non si consumeranno.

Due. Generalmente a Manhattan, al rooftop bisogna aggiungere la parola “bar”, si sorseggiano drink costosi fino a 25 bucks ma l’ingresso è tendenzialmente gratuito così come l’acqua e ghiaccio. Sono fintamente floreali, pavimentati con prati sintetici e morbidi che felpano le camminate dei presenti, e ti fanno sentire parte di un èlite. Una volta sopra diventi anche tu un ricco magnate, uno squalo di Wall Street, un laureato alla Columbia, un affermato giovane da tenere d’occhio. Ad uno di questi rooftopbar, a metà tra midtown e downtown, la città davanti a te aperta a 360 gradi, faccio la conoscenza di Mike, un coach di persone, un motivatore noto in tutto il mondo (prova ne è che è andato più volte al Chiambretti Night Show), il suo budget si aggira intorno a 4000 per 20 sedute di infusione motivazionale. Con i suoi movimenti di braccia fortemente didascalici e le parole pronunciate lente come se si trovasse davanti a un bambino di 3 anni, ha incominciato a infondermi angoscia dopo pochissimo. Ottimismo scongelato: “Tu sei un vincente, tu farai strada, NY potrà essere ai tuoi piedi.Tu hai un grande potenziale” (questa ultima frase l’ho già sentita da qualche parte). Penso che sperasse che gli offrissi da bere ma  25 verdoni per il suo cocktail non li darei a Mike neanche se mi rivelasse il segreto della vita. Nel mentre della nostra conversazione sui modi per diventare vincenti, arriva Lucy che di professione fa la vegan-private-chef e sta andando in giro a distribuire i suoi bigliettini da visita. Mike le fa un plauso: “Brava Macy (si chiamava Lucy non Macy), questo è quello che si chiama avere il coraggio di fare tutto. E’ proprio quello che ci vuole anche per te, Franco”. Ok, mi ha chiamato Franco, lo liquido. “Appena trovo i soldi per i biglietti da visita mi metto anche io a distribuirli, magari in metropolitana” gli dico. Nella folla del rooftop ci disperdiamo e facciamo altri incontri. Gente nuova da conoscere. Nessuna conversazione è lasciata al caso, è sempre un segno di qualcosa di piu significativo. L’incontro mi inebria. Mentre lo sorseggio, qualcuno mi informa che il Long Island è un cocktail formato da 5 parti alcoliche creato per stordire, e se fatto bene sa di te freddo ed e piu dissetante dell’acqua. Ti stordisce senza che tu te ne accorga. Oramai sono piegato e abbastanza inebriato: è ora di andare a casa.

*

Il Path Train, ovvero la metropolitana che collega NYC a NJ.

Prendere il Path di notte significa entrare in una realtà diversa. Prima di tutto perchè sulle banchine ci sono sempre 37 gradi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mentre dentro le carrozze la temperatura sfiora i 16. Il mio corpo subisce dei processi chimici e fisici inspiegabili in questa repentina transizione. Mi sento sempre come un piatto caldo appena cucinato, ancora fumoso e umido, sbattuto dentro il cassetto di un congelatore. Sento che lentamente la superficie del mio corpo diventa di ghiaccio mentre nelle vene il sangue ribolle. La botta di caldo fa addormentare, quella di freddo risveglia di colpo. E di notte la frequenza dei treni è paurosamente bassa, per cui, gravato dalla sveglia che è stata ore e ore prima,  mi addormento abbandonando la testa contro il muro o contro il freddo scheletro di Dumplin, anch’essa stanca e piegata. E poi come in un sogno la voce che annuncia l’arrivo del treno, la carrozza che arriva e ti si apre davanti e tu devi essere più lesto di un gatto nel svegliarti e prenderla, senza perdere niente. Le porte del Paradiso si chiudono veloci, e un volta dentro, siamo stipati come sardine. Mi infilo lì dentro con la mia bici creando mugugni di malumore. Scusate, sono uno dei vostri, anche io mi merito un posticino nel congelatore. Di fronte a me facce spaventose che sbadigliano segnate da occhiaie bluastre, palpebre pesanti che lottano morbidamente per non chiudersi del tutto, ragazze sfatte con in mano scarpe con il tacco e ai piedi le infradito, bambini addormentati sui seni di nere mamme grasse. Che invidia, vorrei essere al posto loro e appoggiarmi a quei cuscini così invitanti. E invece sono costretto a stare in piedi per le prime fermate e poi sperare per le ultime due in un sedile su cui accasciarmi e iniziare a sognare.

Ecco uno dei miei sogni tipo che attinge alla mia vita di tutti i giorni:

Vado a comprare una banana da un fruttaro indiano all’incrocio tra la quinta e la 23.  La frutta della bancarella ha colori tropicali e odori fermentati al sole. Voglio solo una banana da pagare pochi centesimi prima di andare al lavoro, nulla di più. Nell’atto di dargli gli spicci, mi accorgo che l’uomo ha sei dita, infatti ha un’escrescenza moscia ma chiaramente definita che dal pollice si piega su se stessa come un peperone verde in via di essicatura. Che curiosa somiglianza tra il suo dito di forma bananoide e i frutti tropicali che vende. Osservo meravigliato quel peduncolo e gli dico: “ok, prendo la banana e il piccolo dattero che ti pende dal pollice. Quant’è?”

Prima di ricevere una risposta, una voce robusta mi sveglia e mi dice: “Hey Buddy, Jersey City, last stop!  Wake up!” Nessuna banana e nessun dattero per me. Mentre mi rimetto insieme, corpo e pensieri, un’altra voce tuona “Hey va a casa bello, altrimenti sarò costretto a venire li. Non crearmi problemi. Grazie comunque per aver scelto di prendere il Path. Dal 1962 offriamo un gran servizio e colleghiamo il NJ a NYC”.

Ok, scendo. Mi avvio verso le strade ondulate del Jersey. Pedalo a fatica e l’aria frizzante mi bagna il viso. Mi guardo in giro, lascio che Dumplin torni lenta al nostro antro. Ho scoperto che sulla via per tornare a casa ci sono tanti shops di dentisti, una scuola di danza per bambine indiane e bambini svegli che sbirciano la strada. Una volta mi è passata davanti una volpe. O forse era un procione, sicuramente non era un cane o un gatto perchè aveva una coda foltissima e maculata.

*

Learnin american english.

Qual e il motivo per cui sei venuto qui a imparare l’inglese? Se non rispondi in tempo o incominci a tergiversare, si avvicina un pochino con la sedia e ti fissa, ma solo per qualche frazione di secondo, dopodiche, se ancora sei nella tua ricerca spasmodica di parole che non ti arrivano, passa la palla a un altro. Oppure risponde lui per te. Ci sono volte in cui questo meccanismo di domande fulminee è talmente veloce che non ti rendi nemmeno conto che ti sta chiedendo qualcosa. Fast, fast, fast, superfast! Perchè lui è campione imbattuto di tiping e di taking notes, e sul computer scrive 52 parole al minuto. Parla in coreano, cinese e giapponese e tedesco, e male lo spagnolo. Sa dire in 25 lingue la frase: “sei in ritardo, ora mi offri il caffè”. Se ti inventi una scusa grammaticalmente corretta e inventata a dovere, ride soddisfatto. Si muove in continuazione sulla sedia rotellata, scrive alla lavagna con pennarello blu che poi distrattamente cancella col suo gomito nudo, strisciando la pelle. Indossa camicie hawayane, con cravatta, pantaloni larghi e scarpe di gomma blu. Scodinzola sulla sedia per farci vedere come faceva il suo cane quando era piccolo, mentre ora ha una gatto, di cui ci ha fatto pure l’ imitazione. Non ammette il fatto che tu non lo guardi, si mette davanti a te e ti costringe a guardarlo. Con lui la soglia media di attenzione si alza notevolmente. Ci bombarda di domande e poi si muove, suda e trasuda concetti. Succhia con faccia aspra il caffèllatte freddo di colore ocra pallido, anche quando è palesemente finito. Vuole arrivare fino in fondo. E’ biondo ,45 anni, ha i denti distanti davanti, parla veloce e se ne frega se non lo capisci. Gli devi stare dietro tu, perchè “siamo a New York, baby.” Per concepirlo qualcuno ha shakerato Nick Nolte, la letteratura americana contemporanea, la birra ghicciata di Boston, il Queens e la pesca del Blue Fish. Questo è Eric, il mio maestro. Un personaggio non convenzionale, spasmodico e geniale. Fumatore incallito, mi ha detto che scrive racconti di pesca e libri per test per accedere ai college universitari. Anni di viaggi alle spalle, in 23 paesi diversi, come ci tiene a sottolineare, in cui molti ha vissuto per mesi adattandosi ai costumi locali. Ora è al secondo matrimonio, con una donna cinese, con un figlio di due anni di cui mostra le foto emozionato. E poi improvvisamente ci porta a pescare a Roosevelt Island, l’isola minuscola tra Manhattan e il Queens, un territorio che 100 anni fa volevano rendere un’ utopia. Adesso è un gerontocomio popolato da anziani in carrozzella che prendono il fresco a coppie sotto bassi arbusti. Eric ci porta lì per unire le sue due passioni, la pesca e l’insegnamento. Così affacciati sull’ East River, in una splendida giornata di agosto, con dodici birre che alla fine ci scoliamo in pochi, mentre sotto di noi topi acquatici guizzano in acqua, lanciamo i nostri ami a 20 metri dalla costa e aspettiamo che qualcosa accada. E intanto beviamo e ridiamo: io bevo 4 birrette fredde ancora più buone sapendo che non si potrebbe bere in luoghi pubblici. Ma lui è con noi e facciamo questa bravata insieme. E poi pedalo storto verso il lavoro mentre lui continua a bere e a insegnare. Non si doma, non vuole arrendersi all’idea che i suoi allievi non imparano a puntare la ‘s’ alla fine delle parole plurali. Per questo gira sempre con una grossa “s” di stoffa lanosa che da ai suoi allievi ogni volta che sbagliano. Ci dice che nei test per entrare nelle università americane tutto è perfetto, “college is heaven”, e non esistono parole come ‘always, never, only e all’.  Ci svela i trucchi che stanno dietro a questi test. Tutto per lui conserva dei trucchi ed è molto meglio conoscere i trucchi piuttosto che spendere ore a esercitarsi su noiosi testi di cultura generale. Dice che nei test potremo dire cose false, basta che le diciamo con un inglese corretto e rispettando i suoi trucchi. E’ un prestigiatore matto che ci fa vedere dove nasconde i mazzi, ed è meravigliosamente trasparente. Se sbagliamo ci dice che fumiamo crac. E poi fa sempre la stessa battuta: “dov’è che lo acquisti, Bro? Ne voglio un po’ anche io”. E io rido ogni volta perchè fa l’imitazione di un fumatore di crac ed è troppo scemo quando la fa. E poi scrive racconti di pesca e ci da da leggere short stories di Murakami, Kafka e Poe. Ride sguaiato mostrando al mondo la sua spaccatura. Quando canta stona tanto e ci esorta a cantare ad alta voce (Ci sono stati due momenti in cui abbiamo cantato tutti in classe “I gotta you, baby” e “Let it be”, stringendoci forte per allontanare l’ imbarazzo).

Eric dispensa consigli a tutti noi e ci erudisce sulla sua personale visione del mondo: “Guarda che se esci con una donna con problemi col padre non è buona cosa”, “In America la legge è un’inezia non rispettata da nessuno”, “ la costituzione americana si poggia su una enorme bugia”, “Questa cravatta l’ha rubata mio padre a un morto che era sulla linea 7 perchè a volte i morti sono vestiti meglio dei vivi”. “Se leggete Guerra e Pace o IQ84 in inglese ce la farete sicuramente a sopravvivere alla società americana”.” In America i dettagli sono tutto.”

Da lui sto imparando che cos’è la creatività pratica e bizzarra degli americani; se non ci fosse lui sarebbe ancora più duro svegliarsi così presto per andare a scuola, anche se in realtà mi diverto per tutta la mattina. E’ diventato un piacere conversare con i miei amici asiatici, litigando con loro dei topics che ci da Louis, l’insegnante di conversation. Tra di noi c’è reciproca stima. Io lo apprezzo perchè ci fa sempre conversare su argomenti come “tradimento: dirlo o non dirlo”, “matrimonio per convenienza o per amore”, “tabù”, “ frasi da non dire ai funerali”, “molestie sessuali in ufficio”, “corruzione e mazzette”, “bambini che uccidono”, “tutti hanno una pistola”, “escrescenze corporee”, “gay e posti di potere” e altri topics del genere. Ovviamente molti ragazzi si imbarazzano e Louis ci gode un sacco a scandalizzare la classe. Io ridacchio e gioco al rilancio, alimentando lo scalpore, inventando fatti e persone che conosco che hanno fatto qualcosa di scandaloso ma che non sono mai state beccate, storie di amici che hanno visto alieni o fantasmi o hanno rubato o sono gay o mafiosi o gay mafiosi e sono persone potentissime nel mio paese. Tanto l’importante è conversare, no? Ma l’episodio grazie a cui ho conquistato la fiducia di Louis risale alla gara di Speech. Dovete sapere che ogni settimana nella mia scuola accade qualcosa di divertente o se volete squallido a seconda del vostro umore, tipo la giornata in cui ognuno porta qualcosa tipico del suo paese, oppure la competition di moda, o lo speed dating, il giorno del karaoke, il giorno del talent show, e così via peggiorando. Un giorno c’è stata la gara di speech, ovvero il discorso in pubblico. Per riassumere chi voleva partecipare, poteva parlare per 7 minuti di ciò che voleva, utilizzando presentazione Power Point o altri supporti. Io sinceramente non avevo voglia di competere ma quando ho saputo che il primo premio erano 100 bigliettoni ho ben pensato di mettere su uno speech cialtrone in cui potessi conquistare il pubblico con il mio charme e il mio accento italoamericano. Ho pensato che il modo migliore per catturare la loro attenzione, fosse gettare discredito sui supereroi americani, tipo Superman o Spiderman, adducendo prove e dati dettagliati dell’abuso di steroidi, della cultura negativa che diffondono. Ho detto che i supereroi sono sostanzialmente degli esagitati che combattono solo per motivi personali e non per la società, e che i criminali bene o male non sono poi così malvagi ma che anzi sono simpatici perchè sempre perdenti. Mentre è chiaro che i supereroi vinceranno sempre, quindi che noia. E sarebbe meglio se non ci fossero. Louis rideva. Tutto questo con l’aiuto di Valentina la mia amica italiana, anche lei attrice, che si è prestata al gioco e ha retto questi cartelli di supereroi che casualemente avevo trovato due giorni prima e da cui ero partito con l’idea per lo speech. Abbiamo vinto il secondo premio, ovvero 75 dollari. Il primo è stato vinto da una bambina odiosa kazaka che invece screditava i concorsi di bellezza per bambine. Invece al terzo posto si è piazzato Raphael, un colombiano che ha fatto uno speech sul suo paese, la povera Colombia dove ancora si pratica la pastorizia e la gente vive onestamente tramandando antiche e sane tradizioni millenarie. Non ho mai visto una persona così spudorata nel riciclare la propria ricerca di geogafia di II elementare e montarla su con un Power Point. Costui può essere solo un genio e onestamente si meritava lui la vittoria.

E con questa ultima immagine di Raphael che spiega i confini della Colombia per 7 minuti, chiudo questa II postcard che molto si è fatta attendere ma, come avrete intuito, è frutto di ore rubate a un sonno già di per sé irrisorio.

Non ho purtroppo parlato di Beniamino e del piacere di averlo qui, di Sergio e di Vittorio che amano NY e la visitano ormai da amatori, della bella Marcele e degli ascensori segreti, delle birre a 1 dollaro, di Gina e Joey e del loro nuovo cane, di Cecilia, delle amiche Romane, di Paolino e del lavoro, dei soldi facili e delle serate senza clienti, dei vini italiani che bevo e che mi fanno sentire a casa, delle ragazze del New Jersey, delle donne di cui mi innamoro ogni giorno e di quelle di cui non mi ricordo più nulla dopo 3 minuti, di mio fratello che sto aspettando in aereoporto e che fra due ore arriva e che è una figata che sia qui, di Irene che mangia tanto pane di mattina. Non vi ho parlato di tutto questo, magari ve ne parlerò in futuro, magari no. Questa è la vita. Certe cose si ricordano, altre no, altre rimangono dentro di noi e vengono fuori dopo anni, oppure mai. Chi lo sa.  E se andate sulla 5 e la 23 veramente potete trovare un uomo con sei dita, che vende banane a 35 cents each. O forse no.

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3 risposte a Il sole in viso – Postcard from NYC #2 – Jersey City _ Manhattan _ Jersey City _ Manhattan _ Jersey City _ Manhattan..

  1. fratello… mi hai portato in una new york nuova dove tutto è in bianco e nero… tu sei uno Scrittore.

  2. Giulia Luppi ha detto:

    posso diventare tua follower? sono in attesa della prossima postcard…
    inoltre, per halloween io e il mio fidanzato saremo a NYC, possiamo imbucarci a qualche festa on the roof ma al coperto? 🙂

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