Il sole In viso – Postcard from NYC – #1

Cari amici,

fm_2-1è con piacere che oggi va on line la prima cartolina scritta da Francesco Meola. Francesco è un ragazzo dalle molteplici doti artistiche. La sua attività principale è recitare. Ma, come vi accorgerete nelle parole a seguire, definirlo solamente Attore è riduttivo. La sua rubrica si chiama Il sole Inviso. Il titolo rappresenta quello che lui è: un giovane con il volto verso all’avventura romantica e professionale. I suoi saranno diari di viaggio, spezzoni di vita vissuta, ovvero, postcard from NYC. Ci parlerà dei luoghi ma anche delle esperienze di lavoro o della scuola creativa che frequenta (veramente interessante!).Tuffiamoci e respiriamo la frizzante aria del Jersey!

Lo sapevo che avrei dovuto scrivere già una settimana fa, quando l’inizio di questa mia seconda esperienza americana non sarebbe stata così fitta da raccontare. Fa niente, incomincio da ora, da qui, e anche se non capirete o se tralascerò particolari essenziali, ricomporrete a vostro piacimento i tasselli del mosaico.

 

Eccomi qua: seduto, piuttosto stanco, in canotta e boxer, braccato da un caldo viscido e tropicale. Mentre scrivo ascolto rigorosamente canzoni anglofone. Da quando sono arrivato non ascolto altro per evitare di dare un sottofondo italiano ai miei pensieri, ma tanto non serve a nulla dato che vi sto scrivendo in italiano e vivo con la mia amica Irene che è italiana e di certo io e lei non siamo così fanatici da parlare inglese in casa.

Ho appena finito di cenare. Per questa sera mi è andata bene, sono appena le 10.30 pm: di solito ceno talmente tardi  che a volte penso che potrei direttamente fare colazione di notte, per risparmiare tempo di mattina, dopodiche dormire un po’ e poi destarmi all’alba e mettermi in sella alla mia nuova bici per recarmi alla fermata del treno che mi porterà dal New Jersey a New York. Tutto questo avviene oramai ogni mattina da quando sono arrivato, esclusi il weekend, in cui mi sveglio tardi e ho il livello di attivazione di un vegetale.

 My new folding bike:

Acquistata dopo 4 giorni dal mio arrivo da Ken (che suppongo faccia Shiro di cognome): un ragazzo massiccio cinese, possessore di un commercio di bici smontabili che vende tramite Craiglist, il famoso portale di NYC su cui si trova l’introvabile e l’inimmaginabile, anche organi e motoscafi. Il suo negozio sta nascosto nella pancia di un ristorantino cinese vicino a Porth Autorithy, nel Middle West Side. Una di quei commerci illegalmente spontanei di qua che a me fanno impazzire, forse perchè adoro sia i ristoranti cinesi sia le bici, per cui il pensiero di un negozio illegale dentro a un Take Away cino mi garba un sacco. Bene, lo trovo su craiglist, consulto il suo campionario, gli scrivo, ci diamo un appuntamento: niente di più facile. Ci incontriamo davanti al ristorante, c’è pure Irene. Ci introduce nella cucina stipata di cuochi tozzi maneggianti grosse padelle di rame, poco stupiti dal nostro passaggio. Ovviamente anche io e Irene non battiamo  ciglio, questa è la norma a NYC, niente è come sembra. Probabilmente dentro all’ Empire c’è il più grande magazzino di prosciutti e soppressate del mondo, chi può dirlo. Comunque, scendiamo per una scala minuscola che conduce all’antro delle bici pieghevoli: ci sono tante grosse scatole di cartone, impilate l’una sull’altra, recanti scritte in rosso a caratteri cinesi. Contengono tanti modelli di bici pieghevoli. Il livello di umidità è insostenibile, ma per fortuna non indosso gli occhiali, altrimenti farei l’acquisto tutto appannato. In realtà non c’è niente da contrattare: Ken mi spiega come funziona la bici, mi dice che è stabile e portatile, mi da un mese di garanzia; mi sembra che ci tenga al suo lavoro e sappia il fatto suo, per cui non provo nemmeno ad abbassare il prezzo, ci rimmarremmo tutti male. Invece il cinese si fida di me e io di lui, Irene è la testimone di questo accordo. Per cui rapido, freddo e indolore, con 190 dollari mi porto a casa questo gioiellino che tutti mi invidieranno e potrò mettere un po’ ovunque. Pesa relativamente poco, una decina di chili all’incirca, non ha marce per cui a volte finisco per pedalare più di un criceto: qui non è flat come Milano, ci sono discese e salite ogni trecento metri.

Insomma mi piace molto la mia folding bike piccolina e nera con decorazioni azzurre. Ci stiamo ancora conoscendo ma grazie a lei ho ritrovato il sorriso e la mia città.  Inizialmente la montavo e smontavo in 45 secondi, ma oramai sono diventato più veloce di un fabbricatore di pite di Santorini.  Si chiama Dumplin poiché è pieghevole e cinese proprio come un gustoso dumplin al vapore.

 GiacomoeOlivia-312I primi giorni:

Sono arrivato esattamente 15 giorni fa. Il viaggio non è stato una passeggiata. Mi sono fermato a Instanbul per lo scalo solito che fanno gli aerei della Turkish Airlines. Non sono uscito dall’ aereoporto, fuori era buio, le luci esterne all’aereoporto fioche e i miei occhi stanchi. Per cui ho preferito vagare per 10 ore come un passeggero sperduto e in transito, osservando gli aerei parcheggiati, dormendo molto poco in scomode posizioni sulle scomode panche del TAV Instanbul Ataturk Airport, osservando i miei vicini, rileggendo Il Piccolo Principe, guardando Ultimo Tango a Parigi, contento di vedere Marlon tra bambini, donne velate e uomini barbuti, passeggiando ancora e alla fine annegando nei pensieri e nelle sensazioni. Ero eccitato all’ idea di rivedere la mia nuova vecchia città, la metropoli con 21 milioni abitanti, la casa di tutti quelli che l’hanno vista e se ne sono innamorati. Avevo voglia di rivivere scene folli in Union Square, ritrovare la calma di Brooklyn, i taxi gialli, i venditori di banane agli angoli delle strade, i portoricani ubriachi ma mai molesti, gli hypsters tatuati, i bangla con i loro traffici di fiori e spezie, i piccoli occhi neri dei topi illuminati dalle macchine, pioggie di idranti a bagnare bambini mezzo americani e mezzo chissà quale etnia, figli di quel grande sogno che tutti noi inseguiamo. Chissà. Avevo voglia di vita, di quella vita che ti da New York, inaspettata, come uno schiaffo dopo una carezza o viceversa. E pensavo a questo mentre vagavo per l’aereoporto e non dormivo, cercando di immaginarmi come sarebbe stato il mio sbarco, come mi avrebbero trattato alla dogana, come avrei reagito al corso di inglese, come avrei fatto per guadagnare soldi, come sarebbe stato il mio americano arrugginito, come sarebbero state le feste sui rooftops, come sarebbero state le colombiane a quelle feste, quante volte avrei dovuto tradurre le parole nella mia testa prima di pescarle direttamente in inglese senza alcun tipo di filtro, quanti kilometri di bici avrei bevuto ogni santo giorno. Thoughts and thoughts and thoughts. Un intero viaggio a pensare a ciò che stava arrivando e a ciò abbandonavo. E dentro di me incominciava a sorgere un po’ di paura e di consapevolezza.  Stando da solo per molte ore mi sono detto: “Ok, l’anno scorso è andata molto bene, hai trovato il paese dei balocchi ma quest anno sarà lo stesso? Non è che mi troverò male e me ne tornerò in Italia, mezzo scornato, dopo aver fatto l’annuncio a mezzo mondo che me ne andavo a stare a NYC. E se questa volta non andasse così? Se sentissi nostalgia? Impossibile, non può essere. Non da subito almeno.”

E invece è andata proprio così. Ho passato i primi tre giorni pensando all’Italia, a quello che avevo appena lasciato, alla mia famiglia, pensando a casa mia e di Luca in cui si sta davvero bene soprattutto quando di mattina entra la luce che bagna le pareti e ti fa sentire pulito. Ma quella non era più la mia vita, lo era fino a qualche ora  prima. E già mi mancava.

“Non può essere” pensavo, “questa è una sensazione che l’anno scorso non ho mai provato.”

In generale mi sento più immigrato quest’anno, sento di essermi trascinato qui una valigia carica di aspettative, ansie e perplessità rispetto a quel che sarà. Chissà chi o come sarò fra un anno. Magari sarò in Florida a imburrare nachos o nell Utah con John e Dowie, i miei amici, ancora da conoscere a bordo di una vecchia macchina lunga e beige.

 

Arrivo a NYC finalmente. Ora devo aspettare. Sempre all’ aereoporto. Per 4 ore Irene che arriva da Dusseldorf. Non ne posso più degli aereoporti. Ci siamo dati un appuntamento che non ho capito bene ma non posso più sentirla. Appena arrivato, dopo aver passato tranquillamente l’immigration point, scopro che il mio cellulare Nokia non ce l’ha fatta ed è passato a miglior vita durante la traversata. Merda. Non ho più il numero di Irene, non so come rintracciarla, non ho capito dove ci dobbiamo incontrare e in più incontro per caso altri italiani che mi depistano e mi dicono che l’aereo di Irene è in ritardo di ore. Per cui mi siedo e aspetto, ancora in attesa e ancora in aereoporto. Dopo un’ ora mi viene un dubbio e penso che forse Irene è già arrivata e mi sta aspettando in uno dei terminal del JFK. Ok, ma non so quale. Incomincio a cercarla, vagando anche per questo aereoporto. La mia valigia è rossa e grossa, e pesantissima. Maledetti libri che non leggerò mai ma che comunque mi sono voluto portare.  Diventa tutto rapidamente un delirio, cammino per il JFK Airport stanco in cerca della mia amica,  mentre le poche ore di sonno si fanno sentire e tutto diventa molto faticoso ed estraneo.

“Perchè sono qui?”

Tra i diversi 9 terminal cerco una connessione wireless per avvisarla che non so come rintracciarla (è abbastanza futile perchè anche lei non possiede uno smartphone e non leggerà il messaggio se non una volta arrivata a casa, nel New Jersey) Mi manca il mio vecchio Samsung, mi manca la tecnologia a portata di mano. Comunque le scrivo e mentre le scrivo ho un illuminazione e capisco dove potrebbe essere il luogo dell’appuntamento: esattamente nell’unico posto dove confluiscono tutti i terminal dell’aereoporto, logico no? Mi reco lì, in ritardo di un’ ora pur essendo arrivato 4 ore prima. Ovviamente lei non c’è, decido di andare in città a comprarmi un cellulare da 20 dollari. Lo faccio ma la mia scheda americana non va. Che sfiga. Esausto mi trascino verso il New Jersey con la mia valigia sempre più odiosa, arranco, sbaglio le fermate della metro, ma alla fine ce la faccio, arrivo a casa, esattamente 12 ore dopo rispetto a quando sono atterrato.

Chi ben inizia è a metà dell’opera.

 Il New Jersey:

Io e Irene abitiamo nel New Jersey, esattamente in Jersey City, la capitale del New Jersey, vicino a New York City, la città più importante dello stato di New York. Credo che gli abitanti si chiamino Jersers, parola che in americano suona gutturalmente cacofonica. Jersey City non è nemmeno lontanamente una brutta copia di New York, si può dire che sia una cittadina con un centesimo degli abitanti di NYC, prepotentemente schiacciata da quel colosso di diamanti e persone che ha di fronte. Uno dei primi giorni avevo deciso di visitare Jersey City. Consulto il sito, ma oltre a Hoboken, il porto che si affaccia su NYC e che di conseguenza gode di luce riflessa, c’è poco altro da vedere: qualche parco, tre o quattro chiese, la fiera di San Gennaro che si tiene ogni anno a settembre.

Poco confortato da quella consultazione, non demordo, mi sveglio all’alba ed esco a correre. L’anno scorso feci la stessa cosa, mi sentivo felice come un bambino al primo giorno di vacanza: all’epoca ero uscito per le vie di Manhattan, c’erano migliaia di corridori che lentamente per la Quinta Av, tagliata dai primi raggi del mattino, chiaroscuri a non finire. Tutti noi corridori ci immettevamo in Central Park, il cuore verde della City, sorridendo tra di noi con la consapevolezza di appartenere a una minoranza di eletti. E tutta questa meraviglia avveniva alle 5 di mattina, do you understand?

Quella mattina di inizio luglio invece, andando a correre per i viali alberati di Jersey City, ho pensato a Carugate o a Biassono di domenica mattina. Tutto chiuso tranne qualche baretto di scoppiati ancora aperto dalla sera prima. Ho corso per 20 minuti, poi mi sono fermato e ho camminato: nessun delies, nessuna bella maratoneta, nessuno scoiattolo.

Ecco come mi si è presentata all’ inizio questa Jersey City. Desolata, lontana e brianzola.

Dopo pochi giorni non ho cambiato idea ma ho ridimensionato il mio livello di insoddisfazione: in fondo NJC è tranquilla e verde, piena di facce simpatiche, sfoggia tramonti molto colorati tipo la pubblicità del metano, e sarà sicuramente popolata da presunte brave persone che ogni mattina si recano dall’altra parte del fiume, esattamente come me.

Negli ultimi giorni sto provando a crearmi una mia realtà anche qui: devo ancora trovare un bar serale per il bicchiere della staffa, ma per adesso bazzico nel market di fruits and veggies accanto a casa che vende patate e carote giganti prodotte da autentici farmers del New Jersey, e soprattutto l’ Apna Bazar Cash and Carry, un negozio che direi appartenere al comune di Bombai, se non sapessi che è solo a 10 minuti da casa. É bello fare la spesa lì, c’è talmente tanta musica indiana a volume così alto che tra montagne di mango e avocados ti devi frenare dal ballare. Nell’Apna Bazar espongono un infinita varietà  di legumi, riso, frutta secca, spezie e aromi, un paradiso per i vegani come me.

Io e Irene abitiamo in una via che si chiama Terrace Avenue che non ha niente a che vedere né con una terrazza né tantomeno con una avenue, poichè la strada è piccola e a un livello più basso delle altre, rendendola una via interrata. Lungo Terrace Av davanti a ogni casetta sventola una bandiera a stelle e strisce, ci sono bambini mulatti, vecchi seduti in canotta e pantaloncini a scacchi intenti a leggere la bibbia, donne che gonfiano piscinette di plastica, fuoristrada a riposo.

C’ è una via vicino casa che ha una pendenza credo del 70 per cento e solo macchinoni e SUV sono parcheggiati lì a sboroneggiare il loro essere macchine potenti e grosse, dotate di megafreni. Sarei curioso di vederle partire. Abitiamo in una villetta a due piani: sopra di noi c’è Tatiana, amica nostra, una santa donna che ci sta ospitando praticamente agratis: questa è davvero una fortuna perché vi assicuro che l’affitto è la spesa più ingente a New York. E sotto di noi abita un uomo-talpa che da mesi ha smesso di andare a lavorare e si è rintanato nel suo piano. Aspetterà l’invasione aliena o che lo vada a chiamare per proporgli due scambi a basket. Vedremo. Scuola iniziata. Mi diverte molto, sono passato dal corso advanced al corso TOEFL dopo aver affrontato un test in cui hanno certificato che non sono così scarso in inglese come credevo. Diffido. A fine corso farò un esame. Ad ogni modo la scuola pullula di ragazzi cinesi, coreani del sud, taiwanesi, colombiani, brasiliani. Pochissimi italiani  se non qualche cane sciolto come me e una comitiva di Napoli chiassosa e cialtrona da cui mi tengo alla larga perché davvero troppo italiota. Preferisco passare i momenti liberi a socializzare con i sudamericani o a raccontare jokes ai ragazzi asiatici che non capiscono ma ridono solo perchè vedono me ridere. Vi assicuro che è la cosa più difficile del mondo spiegare una barzelletta sui carabinieri ai coreani, hanno un senso dello humour tutto loro, nonché un modo di parlare tutto loro che a volte faccio davvero fatica a interpretare. Domani sarà la giornata delle nazioni e ogni classe dovrà cantare una canzone. Noi canteremo in playback una canzone di Elvis con un’altra classe. E poi forse New York, New York.

I maestri della mia scuola sono dei soggetti interessanti. John è un insegnante di creative writing, con la barba brizzolata e sfatta, pensava che Napoli fosse in Sicilia nonostante sia una mega esperto di battaglie classiche (guerre puniche, Salamina, Maratona etc..), scrive storto alla lavagna e con abbreviazioni incomprensibili. Ha scritto per 4 anni una sceneggiatura su un soggetto uguale a quello del film 300, senza saperlo ed è stato battuto sul tempo: è arrivato un mese dopo a consegnare la sua sceneggiatura e nessuno lo ha calcolato.

Louis invece insegna conversation, è un ragazzo mezzo americano mezzo coreano, una faccia affilatissima e piatta che potrebbe avere 19 come 39 anni. Cinico e sagace, mi piace, si diverte a farci interagire su tematiche come la pena di morte, le frasi sconce da non dire in pubblico, le battute offensive, i vizi sessuali, tutte cose così che lo divertono molto e che imbarazzano gran parte della classe. L’ aula è molto piccola e fa molto caldo, siamo in tanti da diverse parti del mondo, tutti seduti a parlare di sesso, morte e ghigliottina con il nostro inglese sgrammaticato e incerto. Argomentazioni tagliate con l’accetta. Sto notando quanto sia difficile confrontarsi con ragazzi cresciuti secondo altri sistemi culturali, in particolar modo asiatici. Talvolta, dopo una mia frase scoppiano a ridere o rimangono in silenzio a lungo come se ci fossero rimasti male. Devo smetterla di trattarli come farei con italiani o europei. Si imbarazzano se fai una battuta sporca o se gli chiedi qualcosa sul loro sistema politico. Sembrano molto riservati ma al tempo stesso molto curiosi. Lavoro iniziato (ogni volta che parlo del lavoro mi prendo un po’ male perchè, come saprete, è illegale e ho paura che il mio portatile sia sotto controllo. Ma alla fine non verranno a prendere proprio me e i miei amici, no?) Faccio il cameriere in un ristorante italiano in downtown. Tutto questo grazie a Irene, il mio tramite e il mio punto di appoggio. Dopo tre giorni di training, ieri il primo giorno di lavoro pagato. Finally!170 dollars per 5 ore di lavoro, tutte di mance. Thanks God! Quando ho soppesato quel malloppo di verdi bigliettoni tra le mie mani a fine turno mi sono sentito il re del mondo. E pensare che non avrei dovuto nemmeno lavorare ieri. Il lavoro è divertente quando ci sono tanti clienti, il posto accogliente, con un finta bocca della Verità all’ ingresso.

Italo- American kitsch. Sembra che si mangi bene e ci sono dei buoni vini, insomma un locale di livello, inserito in un quartiere parecchio benestante a Manhattan. La gente c’ha il cash, come si può dedurre dai conti che volentieri sfiorano spesso i 300/400 dollari. Gli altri camerieri sono amici, il manager simpatico, il proprietario mi pare invece una testa di cazzo, spero di non averci troppo a che fare. I cuochi in cucina sono tutti messicani, domenica sono andato con loro a giocare a calcio in un campo gratuito (come tutti i campi di qualsiasi sport a NY), proprio sotto il nuovo grattacielo più alto del mondo (1776 piedi), dove prima sorgevano le Twin Towers. Vi lascio immaginare l’emozione provata a giocare a mezzanotte sotto quel colosso illuminato di rosso blu e bianco, con accanto la luna e l’ Hudson River. 10 minuti di foto a un campo immaginifico, una partita tra messicani, ecuadoreni, colombiani, italiani, il piacere infinito di essere a NY e poter correre dietro a un pallone in una notte di luglio. Mi riconcilio sempre di più con questa città.

Comunque al ristorante mi devo concentrare perchè ci sono certi americani che parlano come se avessero la sabbia in bocca, se ne fregano se capisci o meno le portate. A volte scrivo delle cose incomprensibili sul mio taccuino, trascrivo giusto il suono che sento e poi spero che gli altri camerieri o il computer mi salvino. Ieri sera ho servito il classico tavolo di rompicoglioni: mi hanno chiesto di tutto, vodke della casa, cocktails mai sentiti, birre belghe che dovrei conoscere a memoria, piatti non nel menu, hanno rimandato indietro il vino, hanno voluto i caffè in tazze più calde del normale, parlavano in americano stretto e a volume basso. Non sentivo niente ma capivo solo che non erano molto soddisfatti, ma forse era solo una posa per dimostrare la loro superiorità. Mi sono sentito preso in giro allora sono andato in bagno e gli ho sputato nel piatto. Loro hanno mangiato tutto senza dire niente e io sono rimasto in disparte a godermi la scena.

Non è vero. Ho inserito questo particolare solo per non farmi e non farvi addormentare dato che questa postcard sta diventando una novella e mi sta sfinendo. Immagino anche voi. Fra poco è finita, non temete. Vi assicuro che non lo farei mai. E poi sono ancora a un livello troppo zerbinante ed incerto per trattarli male quindi me ne vado solo un po’ in panico. Ad ogni modo sono riuscito a non fare troppe cazzate ieri sera e il manager sembrava contento. Quelle che ho fatto me le sono risolte con sorrisoni e parole italiane che alla fine conquistano sempre.

 Ultimo episodio divertente da raccontare: una ragazza americana mi ha chiesto il numero di telefono davanti al padre. Io ho guardato lei negli occhi,  poi ho guardato il padre che annuiva dandomi un cenno di paterna benedizione ed estereffatto le ho trascritto su un foglietto il mio numero. Lei tra l’altro era un gran bel tocco di americana. Purtroppo non si è ancora fatta viva. Questa storia vi assicuro che è vera.

Per concludere da quando ho iniziato il corso di inglese e il lavoro sto molto meglio, meno pensieri per la testa, Irene è sempre un grande fonte di spensieratezza e conforto, ho conosciuto già tante belle persone di cui magari vi parlerò nella prossima postcard.

Il caldo talvolta è proprio opprimente, come stasera, ma lo preferisco al gelo dei locali con l’aria condizionata.

 Ok, ci sono tanti buchi in questa prima postcard ma credo che siamo tutti un po’ stanchi di leggermi per cui vi saluto e vi abbraccio con affetto. Take care, guys!

Cecco

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