Sognare il gusto, fuggire la fame

Immagine

La cultura gastronomica è talmente insita nella vita di ciascuno che è praticamente impossibile che qualsiasi opera umana non risenta del pregresso culinario – e di tutto ciò che ne deriva e ne viene –. Nella letteratura, nella cinematografia e anche nella poesia e nella musica, nei fumetti e nell’opera teatrale è evidente, poiché narrando delle storie inevitabilmente ci scontriamo nel cibo come, appunto, momento di nutrizione ma anche come vizio, come arte stessa e, talvolta, come catarsi estatica a culmine proprio della vicenda. Si potrebbe appunto paragonare all’amore o, forse più appropriatamente, al  sesso, al sogno o alla malattia come importanza di topos narrativo. Ma anche nell’arte pittorica stessa, osservando un dipinto per esempio, si possono trovare correlazioni con il cibo anche se l’opera stessa ha come oggetto un paesaggio o un ritratto.Ci si può chiedere in un volto il tenore del benessere del soggetto e quindi la malnutrizione o l’obesità, oppure la perfezione fisica. Un paesaggio ci può ricordare l’agricoltura rurale e quindi i prodotti che ne derivano.

Cattivo nella speranza e buono nella disperazione, in America

Le impressioni evocate da un’opera artistica possono associare al cibo una sensazione positiva o negativa a seconda di come la sensibilità dell’autore muove le nostre corde emotive. Stephen King in uno dei suoi racconti più riusciti (Il corpo – The body) – da cui nel 1986 Rob Rainer trasse il bellissimo Stand by me – Ricordo di un estate, film che ha ispirato generazioni di ragazzi, con un giovane e bullissimo (non è un errore) Keifer Sutherland – utilizza, come pochi oltre lui sanno fare, la metanarrazione, ossia il protagonista della storia, suo alter-ego ideale, racconta altre storie ai comprimari tra una scena di azione e l’altra. Il personaggio principale di questo racconto è un ragazzino, che sappiamo diventerà scrittore già dall’inizio, ed è rinomato tra gli amici come cantastorie. King utilizza questo personaggio come a illustrare la genesi e la mentalità di un futuro storyteller. Attraverso le storie che il ragazzino racconta agli amici durante la loro avventura in stile ‘viaggio di formazione’ ce n’è una incentrata sull’alimentazione. La storiella si intitola La Vendetta di Culo di Lardo Hogan  e tratta di un ragazzo obeso di nome Davie Hogan che non piace a nessuno. E di una gara di torte nell’immaginaria città di Gretna, Maine – stesso stato di King e del ‘metanarratore’ –.Nessuno crede alle possibilità del grassone giovane contro i veterani. Cominciata la gara il sorriso sul volto dei suoi detrattori sparisce poiché in pochi minuti egli guadagna campo sugli avversari. Prima della competizione, ‘Culo di Lardo’ si era bevuto una bottiglia di olio di ricino. Quando l’orrenda bevanda comincia a fare effetto gli effetti per tutti i partecipanti e i cittadini diventano disastrosi e non è il caso di starli a sottolineare.

Sempre lo stesso King in un altro dei suoi avvincenti romanzi (L’occhio del male – The thinner) racconta di un uomo maledetto da un anatema gitano che, pur mangiando in continuazione, continua a dimagrire. La storia horror ci spaventa perché tratta di disturbi alimentari. Infatti ricorda sia l’anoressia che la bulimia, ma anche il diabete più spinto, ed è stata scritta molti anni prima che queste malattie fossero dilaganti come adesso. Il che pone un altro tassello nell’intersecata treccia tra immaginario collettivo e cibo. L’inquietante soluzione del romanzo – ai più curiosi lo stimolo di andare a leggere – è ancora una volta in una torta invitante e maledetta. Nelle opere di un altro grande scrittore – uno dei grandissimi vecchi americani –, Cormac McCarthy, invece il cibo è visto come uno dei pochi momenti di tranquilla serenità. La poetica di “colui che ha riportato l’epica sulla frontiera americana” come spesso è stato apostrofato, è apocalittica in ogni singola riga scritta. Per intenderci è l’autore che ha ricevuto il premio Pulitzer 2007 per La strada  e che è stato portato alla fama mondiale con la trasposizione cinematografica – molto fedele – del suo Non è un paese per vecchi, fatta dai fratelli Cohen. Difficilmente nelle storie dello scrittore si intravede uno spiraglio di luce: nella cupa minaccia di una natura pericolosamente bella, tutto ciò che è umano è perverso e malato. I protagonisti delle sue storie sono quasi sempre reietti, scarti della società. E sono affamati. La fame che anche noi viviamo insieme ai personaggi di McCarthy tramuta ogni singolo pasto raccontato in succulenta prelibatezza, sia esso un pesce gatto pescato in un fiume denso e maleodorante come una fogna, sia un’enchadilla di pollo arrostita da qualche peone messicano su una pietra in una misera valle della Sonora o dello stato di Chihuahua. In King il consumismo e l’eccesso di una società ingorda e bulimica disegna il cibo come l’errore della gola. In McCarthy la miseria di un qualsiasi rinsecchito e orrendo aborto commestibile, condita dalla fame, trasforma il cibo nella speranza, in una delle poche cose buone fatte dall’uomo con la collaborazione della natura di solito antagonista. Emblematica, addirittura, è l’immagine della Coca-Cola nel romanzo La strada. Il libro racconta le vicende di un padre e di un figlio in un’America devastata dall’apocalisse nucleare. Tutto è grigio, tutto è morto. Tutto è privo di significato. La speranza è data poche volte dall’autore. E ogni volta grazie al ritrovamento di qualche scorta di cibo. Solitamente in scatola. L’uomo, il protagonista, che fa di tutto – ma proprio di tutto – per salvare il figlio da quel mondo crudele, rinuncia a bere neanche un sorso di una lattina di Coca ritrovata casualmente in un granaio per farla assaggiare fino in fondo al ragazzino che, nato nel bel mezzo del disastro, non aveva neanche idea di cosa fosse quel cilindro colorato di rosso. Il giovane la beve e dice che è buona. Il padre concede al figlio più che una lattina piena di una bevanda zuccherosa e gassata; gli concede di sognare attraverso un alimento creato dall’uomo. Gli concede la speranza fresca e dolce.

Il sogno dell’Italia post boom

Questi sono esempi di come il tramite tra ciò che noi mangiamo e ciò che noi percepiamo è veicolato dal nostro livello socio-culturale. Nei fumetti degli anni sessanta del boom economico spesso era facile sognare la ‘carne della domenica’. In Zagor, personaggio a fumetti nato dalla penna di Guido Nolitta alias Sergio Bonelli e dal pennello del maestro Gallieno Ferri, c’è Cico, la sua spalla comica, un pancione messicano sempre affamato in grado di riconoscere le pietanze, e la loro composizione, annusando la scia di profumo invitante e sinuosa che emanano. Cico, ora come allora, nei sixties del boom italiano, sogna il cibo e il più delle volte si immagina il classico pollo arrosto della domenica che i disegni di Ferri evoca e evocava stimolando le papille gustative e imprimendo nei lettori della prima ora un rapporto organolettico con la pagina a fumetti dettato da una trasposizione di un desiderio reale in una storia immaginaria e avventurosa.

In Altrimenti ci arrabbiamo, con Bud Spencer e Terence Hill, il cattivo pacioccone e mangione fa schioccare la lingua sul palato con l’acquolina in bocca al ricordo degli spezzatini preparatigli dal vecchio Geremia; come altro esempio di un feeling del tutto italiano messo in un film ambientato in un’immaginaria città americana. Lo stesso Terence Hill per girare la fatidica scena iniziale di Lo chiamavano Trinità – quella in cui si mangia un’intera padellata di fagioli all’uccelletto e una pagnotta di pane duro –, rimase a digiuno per tre giorni prima delle riprese per volontà di Enzo Barboni Clucher, il regista. Egli sapeva che così facendo avrebbe rievocato per generazioni la stessa voglia di fagioli mangiati con un cucchiaio di legno con quella sequenza ormai di culto. Questi ultimi esempi uniscono alla fame il gusto nel senso più saporito del termine. Quello che eredita l’Italia del dopoguerra, infatti, è una fame dotta, se così si può definire. Perché è insito nel DNA degli italiani avere un’educazione al gusto. Lo si vede anche nei film del tanto – giustamente – acclamato neorealismo. La cura e l’arte con cui si realizzano i pasti, anche miseri, in quei film, rappresenta sì la fame, ma anche l’arte culinaria. Persino nell’icona di Totò che mangia gli spaghetti con le mani si ha la sensazione che gli spaghetti siano al dente e ben conditi. D’altronde l’Italia è la patria della pasta e della pizza. Il cuore creativo della dieta mediterranea. Il posto in cui, oltre che per cibarsi, ci si siede a tavola come rito conviviale, come cerimonia di accoglienza e di felicità mimato anche in molte opere teatrali di italiana natura. Alberto Sordi in Un americano a Roma, associa il pasto con il panino con la mostarda e un bicchiere di latte all’americana con la tristezza e la miseria di una cosa ‘moderna’ fatta per sfamarsi; e la piattata di spaghetti con un bicchierozzo di vino all’italiana con il trionfo del pasto in quanto tale e degno di gioioso rispetto. Ebbene quel feeling che gli italiani hanno è veramente giusto? Siamo veramente in grado di giudicare per manifesta superiorità le abitudini alimentari attraverso fotografie scattate, tramite film o opere letterarie o qualsiasi tipo di arte? Un tempo sicuramente sì. Adesso…?

Le conseguenze di una cattiva alimentazione culturale o di una sbagliata cultura gastronomica.

“Non di solo pane vive l’uomo”, diceva Gesù alludendo alla necessità della parola di Dio. Nel preciso caso di questo articolo, molto più terreno, si vuole paragonare una ‘forma mentis’ di una nazione al riguardo di abitudini alimentari, leggendola attraverso le opere artistiche che produce, che – come detto –, gran parte delle volte, fotografano i sogni e la situazione sociale. È probabile che non ci sia un motivo che abbia trascinato completamente l’altro, ma quello che è successo è che sia nelle opere narrative che in quelle culinarie, in Italia, c’è decadenza. Gli usi e i costumi vengono dall’America. E il sogno americano, che prima si riduceva alla terra delle opportunità, adesso condiziona anche i pasti degli italiani. Certo inevitabilmente una famiglia nella quale, per necessità economica, ambedue i genitori lavorano è difficile cucinare ogni giorno e tramandare le tradizioni delle nonne – che nelle loro cucine erano paragonabili, per importanza, a un mix di figure quali medici, insegnanti e giudici –. E ancora è più difficile selezionare gli ingredienti facendo il giro dei migliori mercati al mattino. E la politica del panino: pasto unico giustamente dilaga, sdoganata da un’educata filosofia resa reale dalle immagini provenienti d’oltre oceano – peraltro i tanto bistrattati fast-food dispenser sono molto più controllati igienicamente di tante trattorie tipiche sperdute e luride –. Allo stesso tempo, recentissimamente, la crisi ha colpito anche l’America inducendo gli industriali d’oltreoceano a chiudere le loro fabbriche con conseguenti licenziamenti. Gli americani, pur non aiutati da una produzione artistica di pellicole o romanzi o altro che li abbia persuasi sono – da sempre – più che giustamente certi che la dieta italiana sia oltre che gustosa anche salutare; che questo tipo di dieta ricca di verdure e pasta, di grassi insaturi e vino rosso prevenga un sacco di malattie alimentari, fisiche e psichiche. Convinto di ciò, il popolo oltreoceano ha rivoluzionato la propria filiera agroalimentare. Infatti gran parte dei licenziati delle fabbriche sono stati assunti da quelle che loro chiamano ‘farms’ ossia fattorie. Ogni piccolo centro abitato ne ha una o presto ne avrà una. Gli stati hanno detassato questo tipo di attività per incentivarle. È strabiliante vedere la produzione di verdure, di carni e di prodotti caseari diretti e derivati di qualità in queste fattorie. A prezzi bassissimi. Il che permette a tutte le famiglie di servirsi a basso prezzo di prodotti sani e saporiti veramente a chilometro zero. E permette a chi investe nell’agricoltura di guadagnarci. Questo fenomeno che sembra veramente prender piede in America verrà adottato anche in Italia che ha le conoscenze e la cultura per realizzare migliaia di prodotti di qualità? Forse un giorno quando, grazie alla capacità di raccontare in film e romanzi e opere d’arte su cui loro investono, gli americani rivenderanno il sogno che loro avevano di una dieta italiana lavato nelle acque del Mississippi; di modo che, gli italiani, come tutti faranno a quell’ora – educati, o per meglio dire ‘riprogrammati’ dal doppio binario storie raccontate/cucina –, vivranno un sogno che un tempo era loro.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...