BarnaZodiaco – Gatsby, The Great Gatsby‏

Il mix oroscopoletterario di Silvia Ferrari.

Sono pochi i capisaldi letterari della Scuola di scrittura creativa di Sebastiano Mondadori perché la vita è troppo breve per leggere tutti i libri del mondo.Meglio concentrarsi immediatamente su quei pochi fondamentali, perdersi dopo nel mare magnum e giungere infine a rileggere quelli che ci hanno maggiormente consolato. Sì, non è possibile leggere tutti i libri del mondo – continuava a ripetermi la mia professoressa di lettere al liceo – ma forse meglio così. Il corpo si farebbe sempre più vecchio e l’anima si farebbe sempre più antica, troppo antica nello scorrere con gli occhi e nell’unumidirsi le punte delle dita le pagine di libri infiniti.

Uno di questi capisaldi, uno dei nostri più cari BarnaScrittori è sicuramente F. S. Fitzgerald, un Bilancia che in questi giorni ha visto rappresentare al cinema per la seconda volta uno dei suoi romanzi più belli, Il grande Gatsby.
Vi porgo immediatamente le mie scuse: dopo la BarnaStroncatura del film su Anna Karenina vi avevo implicitamente promesso che non mi sarei mai più azzardata a guardare una rappresentazione cinematografica di un romanzo, soprattutto se quel romanzo mi fosse stato caro, ma io sono della classe 1987, dopo Jurassic Park e qualche film della Disney il film che ha segnato la mia adolescenza è stato Titanic, e non potevo davvero esimermi dall’ammirare Leonardo DiCaprio nel suo ultimo lavoro.
Fin dalle prime scene è riconoscibile la mano di Baz Luhrmann e delle sue precedenti regie visionarie (Moulin Rouge e Romeo+Giulietta) in cui aveva già guidato i due attori protagonisti de Il grande Gatsby, Tobey Maguire e Leonardo DiCaprio: le continue variazioni di prospettiva nell’immagine e  la voce fuori campo di Nick Carraway (Maguire) hanno reso i primi trenta minuti della pellicola caleidoscopici e frammentari. Forse con qualche esagerazione e sbavatura di troppo, finché non è finalmente comparso sulla scena il grande protagonista in una memorabile sequenza (degna del miglior “Mi chiamo Bond, James Bond”). Voltandosi nel bel mezzo di una delle sue grandiose feste tenendo una coppa di champagne nella destra e la sinistra nella tasca del suo abito migliore, Gatsby si presenta all’incredulo Carraway – un vecchio, s’aspettava! – con un sorriso “di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento”. Il film raggiunge in questa scena il suo culmine e un equilibrio perfetto di una regia mitigata dall’imponenza scenica di DiCaprio.
E’ da qui che finalmente la storia ha inizio. La storia che conosciamo e che ha stregato milioni di lettori dal 1925 ad oggi. Gli accademici vi racconteranno che questo romanzo è il grande racconto del sogno americano che adesso, al tempo di una crisi peggiore di quella del ’29 – perché loro c’erano, sono sempre gli stessi, eterni -, non ha più appeal, è diventata obsoleta, non dice la verità. Personalmente non ho mai cercato in un romanzo la verità, per trovare quella è sufficiente concedere uno sguardo alla propria quotidianità (sì, è quella la verità, la nuda realtà di tutti i giorni). La storia che invece leggo ancora ad un soffio dai cent’anni della sua pubblicazione è quella di un uomo – Gatsby – che si è aggrappato alla vita con tutto il sangue, sudore e lacrime che aveva in corpo per pretendere di più di un appezzamento di terreno da coltivare. E nel momento in cui incontra l’amore, la sua Daisy (Carey Mulligan), il suo fiore, la sua Margherita, comprende che la felicità è solo a un passo da lui – è solo a una guerra, la Grande Guerra, da lui. Eppure non è ancora abbastanza, tornato dalla guerra non può presentarsi povero a quella ragazza che avrebbe meritato e che meritava tutto quello che l’America aveva da offrirle, per diritto di nascita.
Daisy è un personaggio emblematico perché è affascinante solo quando la percepiamo filtrata dallo sguardo di Gatsby: da soli non riusciamo a vederla fino in fondo, la giudichiamo in fretta, esattamente come in fretta e furia lei stessa ha preferito sposare l’aristocratico e arrogante Tom Buchanan (Joel Edgerton) piuttosto che aspettare che la fortuna di Gatsby giungesse. Per tutto il libro, per tutto il film ci illudiamo che lei quel “Tom qualunque” non lo ami, che non lo abbia mai amato, che possa aver amato solo il sogno di una (im)possibile felicità con Gatsby. E quando finalmente la felicità sembra apparentemente coronata, ecco che solo la felicità non è sufficiente, come i soldi, come il successo, come le feste… a causa di tutti questi elementi intrecciati insieme. Dov’è l’eterno?
L’urgenza di Gatsby è una risposta ad un’impossibile domanda: dimmi che non mi ami soltanto adesso, che non mi amerai soltanto per sempre, ma dimmi che mi hai amato da sempre. Una risposta impossibile per una donna come Daisy, che preferisce essere sciocca piuttosto che rivelare tutta la sua complessità (“E’ la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo. Una bella, piccola, stupida”) e che infondo quel “Tom qualunque” l’aveva amato per davvero, e non soltanto per denaro. Tutto quello che accade dopo è un vortice frenetico, un’estrema conseguenza dei troppi soldi, dei troppi successi, delle troppe feste. A Gatsby non rimane nulla, non rimane nessuno, stretto nel cuore soltanto dalla fede che quell’ultimo squillo del telefono che percepisce nella prima e ultima nuotata della stagione nella sua stupenda piscina sia proprio di Daisy, pronta a rivivere quel passato mai vissuto, pronta a vivere nell’illusione impossibile che il passato possa ripetersi.
Questo film non ha niente a che fare con quello del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, molto più classico e pacato, molto più coerente con il libro. Eppure mi piace pensare che la stessa storia l’abbia letta e vista sia la mia generazione sia quella di mia madre, e se a lei è toccato in sorte Redford, forse esiste una sorta di magico eterno ritorno secondo il quale a me sia toccato DiCaprio.
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