Moreno Racconta… – L’elettrizzante Wallace

Fra le mie tante collaborazioni (e gli ancor più numerosi tentativi di collaborazione) ce n’è una durata pochissimo, causa chiusura della pubblicazione, con una rivista intitolata “Crimen” che, se non ricordo male, uscì nei primi anni Novanta ed era curata da Dino Caterini. Credo di aver scritto quattro o cinque articoli, dedicati ciascuno a un diverso giallista, ma solo un paio, probabilmente, vennero effettivamente pubblicati. Fra gli inediti, c’è il pezzo su Asimov già apparso su questo blog. Uno di quelli pubblicati è invece il breve pezzo che segue, che è a mio avviso una buona esercitazione giornalistica su Edgar Wallace: avevo a disposizione pochissimo spazio e dovevo essere godibile, queste le indicazioni dell’editore. In più, mi venne chiesto di tradurre e ridurre in un numero di battute davvero minimo, un racconto dello scrittore. Non ricordo assolutamente né dove mi procurai il testo, né che tipo di lavoro vi feci sopra. So solo di aver ritrovato per caso la mia riduzione. Dunque, qui di seguito troverete: il mio articolo su Wallace e poi la mia traduzione e adattamento riassuntivo di un suo racconto.
Per la vostra curiosità, ecco il testo della lettera di accompagnamento che scrissi per Caterini:  “I racconti di Wallace sono numerosissimi, ma quelli che ho rintracciato sono tutti piuttosto lunghi. Il più breve è Il Mamba Verde, che ho scelto per la tua rivista. L’ho ridotto di oltre la metà, ma ciò nonostante risulta pur sempre di 7 cartelle. Ulteriori riduzioni non sono possibili senza fare del racconto  un riassuntino privo di fascino letterario. In questo racconto compare l’investigatore Reeder, che è un personaggio ricorrente nei gialli di Wallace, e poiché di Wallace è davvero il caso di parlare non si può rinunciare a due righe di presentazione. Fosse per me, scriverei tre o quattro cartelle, ma dato che già sette sono occupate dal racconto mi limiterò all’essenziale redigendo una scheda di una sola cartella (che ti invierò mercoledì mattina). In tutto, Wallace occuperà dunque 8 cartelle contro le 6,5/7 previste. Credo che tu possa trovare un po’ di posto al testo riducendo le dimensioni delle illustrazioni, in ogni caso non vedo alternativa (se non quella, che non raccomando, di saltare la scheda introduttiva)”.
L’ELETTRIZZANTE WALLACE
di Moreno Burattini
Sulla copertina originale della prima edizione del romanzo “L’astuzia del signor Reeder”, uscita in Inghilterra nel 1925, compare un slogan che dice: “E’ impossibile non rimanere elettrizzati da Edgar Wallace”!  Era vero: i lettori dell’epoca lo sapevano bene e attendevano con trepidazione tutti i nuovi libri con il marchio dello scrittore, consistente in un cerchio rosso con all’interno la sua firma, piazzato a mo’ di garanzia sulla cover di ogni volume. E Wallace, probabilmente l’autore di gialli più prolifico del mondo, non si faceva mai attendere troppo: in 27 anni di attività consegnò alla stampa oltre 170 romanzi, più un numero impressionante di racconti. Per non parlare delle commedie e delle sceneggiature cinematografiche: anche lo screenplay di King Kong è opera sua. In una lettera del 1927 al suo editore, citata a titolo di aneddoto da tutti i suoi biografi, Wallace precisa i termini della consegna dei suoi ultimi lavori e promette otto opere in quattro mesi! Dietro a questa incredibile vulcanicità, qualche detrattore dei suoi tempi insinuò la presenza di “ghost writers”, cioè collaboratori che scrivevano per lui lasciando a Wallace solo l’onere della firma. Wallace si infuriò come una belva e promise un premio di mille sterline a chi fosse riuscito a dimostrare che uno solo dei suoi scritti non fosse opera sua: nessuno si presentò mai a incassarlo. In realtà, Wallace poteva scrivere tanto in fretta (addirittura un romanzo in un week-end) perché era all’avanguardia anche dal punto di vista tecnologico: incideva la sua voce su un dittafono (apparecchio modernissimo, all’epoca) e tre solerti segretarie si occupavano di trascrivere il testo. Tre, perché tante ne occorrevano per tenere il suo ritmo!
Nato a Greenwich nel 1875, in una famiglia dai pochi mezzi e con dieci figli da allevare, dopo una giovinezza trascorsa passando da un mestiere all’altro (una lapide in Fleet Street a Londra ricorda ancor oggi che lì Wallace faceva lo strillone), il futuro scrittore iniziò a lavorare come giornalista per alcuni quotidiani. Nel 1905 presentò a un editore il suo primo romanzo. Era “I quattro giusti”: fu un successo clamoroso. Da lì in poi, la sua carriera fu sempre accompagnata dal favore del pubblico fino alla sua morte, avvenuta nel 1932. “Il lettore – diceva Wallace – deve sempre essere accontentato”. E lui l’accontentava, sfornando a getto continuo racconti con una inesauribile variazione di personaggi, trame e di sfondi. Pochi i personaggi ricorrenti nelle opere di Wallace: i Quattro Giusti, appunto, membri di un riservatissimo club il cui scopo è quello di uccidere i criminali riusciti a sfuggire alla giustizia; e il signor Reeder, un cinquantenne investigatore londinese dall’aria mite e compita, con sempre un ombrello al braccio, che dietro la sua apparenza inoffensiva nasconde l’astuzia e la perfidia di un serpente nel perseguitare i malavitosi.
IL MAMBA VERDE
di Edgar Wallace
 
Traduzione e adattamento di Moreno Burattini
Lo spirito d’avventura ha rovinato più persone che non il bere, il giocare o il desiderare le donne degli altri. Mo Liski, per esempio, godeva di una posizione sicura: era un uomo piccolo, azzimato e con dei ridicoli occhialetti a molla che lo facevano assomigliare a un professore di scuola, eppure la sua parola era legge in un gran numero di bische e di club e chiunque gli sbarrasse la strada veniva inevitabilmente eliminato. Avrebbe potuto conservare per sempre la sua corona di imperatore dei bassifondi londinesi se non si fosse impelagato in una faccenda del tutto estranea alle sue normali attività.  Tutto cominciò per colpa di arabo di nome El Rabhut, che capitava di frequente in Gran Bretagna viaggiando sulle bananiere che collegano Londra a Madeira. Rabhut conosceva Linski perché di tanto in tanto trafficava droga, contrabbandandola per lui in piccoli cilindri di metallo che inseriva nelle cassette della frutta.  Un giorno, seduto al tavolo di un bar, Rabhut parlò a Mo del  grande furto. Erano stati rubati addirittura gli smeraldi di Solimano, la cosa più preziosa custodita in Marocco. I ladri, privi di scrupoli, avevano osato profanare la Moschea di Omar e uccidere due guardiani pur di allontanarsi con le nove pietre verdi del grande sovrano. Adesso stavano cercando un compratore. Mo ascoltò Rabhut carezzandosi il mento con la mano. Quella faccenda esulava dal suo campo d’azione, ma aveva letto sui giornali quanto valeva la refurtiva e anche se Scotland Yard e le centrali di polizia di mezzo mondo erano all’erta, ma lui conosceva bene i cunicoli attraverso i quali delle pietre preziose potevano agevolmente scivolare.
– Ci penserò su – concluse Mo.
Il negoziato sembrava diretto. Peccato che proprio in quel momento Mo Linski si trovasse immischiato in una faccenda che non prometteva nessun guadagno: la vendetta di Marylou Plessy. Quando una donna è cattiva, è cattiva davvero: e Marylou Plessy lo era. Però era anche bella: alta e con i capelli neri e lisci tagliati corti, eccetto una elegante frangia sulla fronte. E questo la faceva salire di molto nella considerazione di Mo. Il marito di lei, Bartholomew Plessy, un francese piuttosto ingegnoso,  aveva scoperto un nuovo metodo per dare l’apparenza di antiche a monete di conio recente. Il suo sistema le falsificava alla perfezione, ma un investigatore di nome Reeder non si era lasciato ingannare e aveva fatto condannare Bartholomew  a vent’anni di lavori forzati.  Adesso Marylou Plessy odiava John Reeder e aveva chiesto aiuto a Linski. Benché quella donna lo stuzzicasse,  Mo cercava di ragionare con la sua naturale prudenza.
– D’accordo, Marylou – gli aveva detto – forse potrei ammazzarti Reeder. Ma hai idea che trambusto che ne verrà fuori? E’ un tipo pericoloso. Non mi hanno mai spaventato i piedipiatti, ma questo lavora nell’ufficio del Pubblico Ministero e puoi essere certa che non è stato messo là perché è uno sciocco. Come se non bastasse, ho per le mani uno dei più grossi affari che mi siano mai capitati. Non puoi sistemarlo da sola? Sei la donna più astuta che conosca. –
Nell’ufficio del Pubblico Ministero non avevano dubbi sulla capacità di Reeder di aver cura di se stesso. Per questo, quando l’ispettore Pyne venne da Scotland Yard riferendo che Marylou aveva incontrato l’uomo più pericoloso di Londra, l’assistente del Pubblico Ministero abbozzò un sorrisetto.
– Reeder non ha bisogno di protezione. Glielo dirò, se volete. Ma con ogni probabilità lui sa già tutto. E voi? Cosa state facendo per mettere il sale sulla coda a Linski? –
Pyne scosse la testa.
– Abbiamo già provato a pizzicarlo due volte, ma finché non lo beccheremo con le mani nel sacco, non riusciremo a saldargli il conto. E’ un demonio! –
– Anche Reeder lo è. – ribatté cupo l’assistente – Reeder è un autentico mamba. Sapete cos’è un mamba? Un grazioso serpentello il cui morso vi manda all’altro mondo nel giro di due secondi! –
Più tardi, nella mattinata, Reeder entrò nell’ufficio del capo. Aveva la sua solita aria riservata che dava a chi non lo conosceva un’idea del tutto sbagliata del suo calibro. Ascoltò con gli occhi chiusi mentre gli veniva riferito dell’incontro tra Mo Linski e Marylou Plessy.
– Ho già sentito delle voci in proposito. – sospirò Reeder quando il resoconto fu terminato – Un uomo interessante, quel Linski. Peccato che la sua libertà getti una cattiva luce sul nostro dipartimento. –
– Provate a incastrarlo voi, Reeder! –
– Ho pensato spesso che sarebbe una buona idea.-
– Non è facile. Linski ha un sacco di amici. –
– Già. – mormorò Reeder. Il suo sguardo divenne profondo. – Olandesi, russi, ebrei, francesi… e anche arabi. –
Il capo alzò gli occhi di scatto.
– Arabi? State pensando ai nove smeraldi? Amico mio, ci sono centinaia di arabi a Londra, e migliaia a Parigi. –
– E milioni in Marocco. – replicò Reeder – Comunque sia, per quel che riguarda la signora Plessy, non dovete preoccuparvi. – E scivolò fuori dalla stanza.
Per quasi un mese, Reeder non dimostrò alcun interesse per il caso. Poi, una sera, tornando soprappensiero nella sua casa di Brockey Road, trovò sul suo tavolo un pacco arrivato, come gli disse la governante, con la posta del pomeriggio. C’erano dei cioccolatini. Reeder ne prese uno guarnito di violette candite e lo esaminò con ammirazione.  Richiuse la scatola e rifece il pacchetto. Lo indirizzò a un dipartimento di Scotland Yard e ci attaccò sopra una etichetta con una scritta rossa: “veleno”. Il mattino seguente, la toeletta di Marylou Plessy fu interrotta dall’arrivo di due uomini che la aspettavano in soggiorno. Mezz’ora più tardi la donna sedeva in una cella di Hariboro Street, ascoltando dei poliziotti che le parlavano di impronte digitali trovate su una scatola di cioccolatini. Alla sessione penale successiva fu condannata a due anni, “per aver inviato per posta a John Reeder una sostanza velenosa, con lo scopo di assassinarlo”.
Mo Linski rimase in tribunale fino al verdetto. Dopo che Marylou fu portata via, lui andò nel grande atrio e fece il primo sbaglio. Reeder si stava infilando i suoi guanti di lana, quando l’ometto gli si avvicinò.
– Il mio nome è Mo Linski, signor Reeder. Voi avete mandato in galera una mia amica.-
– La signora Plessy? –
– Già… lo sapete! E sappiate anche che ve la farò pagare! –
In un attimo, qualcuno dietro di lui lo afferrò per un braccio. Era un agente di polizia.
– Venite con me. –
 Mo sbiancò in volo. Fino a quel momento si trovava in una posizione di vantaggio perché non era mai stato condannato: il suo nome non figurava nei registri.
– Qual è l’accusa? – chiese raucamente.
– Intimidazione e minacce – disse il poliziotto.
Il mattino seguente, Mo Linski fu mandato in prigione per tre settimane.
Tornò in libertà con tutti i sensi in allarme. La diffidenza da gatto selvatico che lo aveva salvato in più di un’occasione filtrava ogni suo pensiero. Si malediva per essersi lasciato coinvolgere nella vendetta di Marylou, e aver così messo in pericolo il suo affare degli smeraldi. Il suo primo passo fu quello di mettersi in contatto con El Rabhut. Ma c’era qualcosa che lo turbava: l’amara consapevolezza di non essersi dimostrato infallibile e la paura che i suoi uomini potessero, perciò, cercare di ribellarsi e spodestarlo.
Di lì a poco, iniziò una serie di incidenti che turbarono la vita di Mo Linski. Cominciarono quando per caso (almeno così sembrava) incontrò Reeder a Piccadilly.
– Forse vi piacerebbe venirmi a trovare, signor Linski? Io vivo a Brockley. – Reeder si tolse gli occhiali e guardò il suo interlocutore con occhi da gufo – Diciamo alle ventuno, questa sera… c’è tanto di cui parlare. Sarebbe meglio, però, che voi non arrivaste in maniera vistosa… capite? Non vorrei che lo sapessero quelli del mio ufficio.-
Sul volto di Linski si dipinse un sorriso. Tutti gli uomini avevano un prezzo, e forse Reeder chiedeva semplicemente il saldo del suo. All’ora stabilita si presentò puntuale a Brockley. Ma, molto stranamente, Reeder cominciò a trattare tutt’altri argomenti che non il compromesso fra i due. Mo, annoiato a morte, attendeva.
– C’è qualcosa di cui volevo parlarvi, ma temo che dovremo rimandare alla prossima volta – disse alla fine Reeder quando già stava aiutando il suo ospite a rimettersi il soprabito. Linski tornò a casa sinceramente stupefatto. Il mattino successivo, la polizia arrestò un suo luogotenente, Teddy Alfield, e lo accusò del furto di un’auto avvenuto tre mesi prima. Questo fu solo il primo di una serie di avvenimenti inspiegabili. Il secondo accadde quando Linski, tornando a casa una sera, si trovò improvvisamente davanti la goffa figura dell’investigatore che, apparentemente, voleva solo scambiare quattro chiacchiere.
– Sentite, Reeder… che gioco è questo? – sbottò Linski.
– Gioco? – replicò Reeder con aria afflitta.
– Se avete qualcosa di importante da dirmi, mandatemi un biglietto e io verrò a trovarvi.-
Liski entrò in casa sbattendo la porta. Meno di due ore dopo, una squadra di Scotland Yard si presentò a casa di Harry Merton, della banda di Mo, e lo accusò di detenzione illegale di merce rubata trovata in una cassetta di sicurezza.
Una settimana dopo, di ritorno da un importante incontro con El Rabhut, Linski sentì dietro di sé dei passi. Si voltò e vide Reeder.
– Che cosa diavolo volete? – chiese Mo.
– Vorrei che io e voi ci incontrassimo e ci scambiassimo delle confidenze. –
Mo Linski sorrise malignamente.
– Oh! Ci state arrivando, dunque? Bene, vi incontrerò dovunque vorrete. –
– Nel Mall. Domani alle ventidue, vicino alla statua dell’artiglieria. Nessuno potrà vederci, lì. –
Liski annuì e se ne andò. Quella notte fu svegliato dal telefono e venne informato che O’Hara, il più fedele dei suoi capobanda, era stato arrestato e incolpato di un furto avvenuto l’anno precedente. Era Carter, uno dei suoi, a dargli la notizia.
– Che cosa stai tramando, Linski? – chiese Carter con rabbia e sospetto.
– Che vuoi dire? – replicò Linski.
– Una settimana fa sei stato visto parlare con Reeder a Brockley, e quella stessa notte hanno beccato Teddy Alfield. Poi Reeder è venuto a casa tua e poco dopo un altro della banda va in galera. Ieri ti ho visto con i miei occhi parlottare con Reeder e ora è toccato a O’Hara! E’ una bizzarra coincidenza, non trovi? I ragazzi ne stanno discutendo… questa faccenda non gli piace . –
Liski si pizzicò il labbro con lo sguardo fisso. Ecco qual era il gioco di Reeder! Stava minando la sua autorità scatenandogli contro i sospetti dei suoi stessi uomini!
– Va bene, Carter – disse – Non me ne ero reso conto prima. Ora ti dirò che cosa è accaduto in modo che tu possa spiegarlo ai ragazzi. –
In poche parole raccontò il gioco dei ripetuti inviti di Reeder, poi aggiunse:
– Vedrò Reeder domani notte, e farò in modo che si ricordi a lungo di quell’incontro! Gli farò pagare cara la sua astuzia! –
Alle ventidue di quella notte passò sotto l’Arco dell’Ammiraglio, mentre la nebbia ricopriva il parco e cadeva una pioggerellina gelida. Camminò oltre il Memorial, attendendo Reeder. Alle ventidue e quindici, non c’era traccia dell’investigatore.
Erano le ventitré quando un poliziotto di ronda inciampò su un corpo steso in penombra sul marciapiede. La sua torcia prima illuminò un pugnale di foggia moresca, poi il volto di Linski stravolto dalla sofferenza. Mo era stato accoltellato.
Quando Pyne ne informò Reeder, il giorno successivo, costui non ebbe dubbi sull’identità del pugnalatore.
– El Rabhut. –
– Come fate a esserne così sicuro? –
– Ieri pomeriggio ho perquisito l’alloggio di quell’arabo alla ricerca degli smeraldi di Solimano. Non li ho trovati, e sono sicuro che siano ancora in Marocco. –
– Avete parlato a Rabhut di Mo Linski, per caso? –
Reeder si grattò il mento.
– Oh, temo di sì. Ho accennato al fatto che c’è una ricompensa di cinquemila sterline per chi dà informazioni utili al ritrovamento degli smeraldi. Credo anche di avergli detto che avevo un importante appuntamento con Liski alle ventidue, e di avergli inavvertitamente messo qualche pulce nell’orecchio su chi mi aveva fatto il suo nome coinvolgendolo nella faccenda. Linski starà a lungo in ospedale, non è vero? Che peccato. Non mi perdonerò mai che le mie incaute parole lo abbiano ridotto in quello stato! –
Detto ciò,  se ne andò. Il suo capo guardò Pyne. Pyne sorrise.
– Qual è il nome di quel serpente così pericoloso, signore? – chiese.
– Mamba. –
– Vedrò di ricordarlo. –

 

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