BarnaZodiaco – Quanto vale la parola di un uomo?

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Il mix oroscopoletterario di Silvia Ferrari:
Cari BarnAmici,
è stata con mia grande e piacevole sorpresa scoprire oggi in libreria la pubblicazione in lingua italiana dell’autobiografia di un Jan Karski (Gemelli), La mia testimonianza davanti al mondo (Aldeplhi 2013).
La sua storia è quasi sconosciuta in Italia, eppure è una storia che dovrebbe appartenere non soltanto alla memoria collettiva del Novecento. Jan Karski, militante attivo nella Resistenza polacca negli Anni Quaranta, viene precettato da alcune organizzazioni ebraiche per convincerlo ad essere la voce narrante di ciò che stava accadendo nel ghetto di Varsavia. Dopo aver visto e udito in prima persona i delitti e le miserie del ghetto, assume il ruolo e la missione di testimone iniziando un lungo viaggio per raccontare alla porta di ogni potente della terra, Roosvelt incluso, la verità che si celava nel cuore dell’Europa. Le sue parole non riescono a scalfire i pallidi cenni di assenso e l’abisso dei silenzi che Karski incontra nel suo lungo viaggio di testimone, e per questo decide di ritirarsi a vita privata e di scrivere un libro di memorie.
Jan-Karski1Finalmente abbiamo l’occasione di ascoltare l’appello di Karski in lingua italiana e porci la domanda fondamentale, non solo carattere squisitamente esistenziale, ma che mette in gioco la verità di ciascuno: se io fossi stato Roosvelt o semplicemente fossi stato qualsiasi uomo, qualsiasi donna ad avere udito per tempo quelle parole, che cosa avrei fatto? Avrei creduto a quegli abomini oppure, recitando una grandiosa quanto terribile poesia di Celan, mi sarei chiesto: “Chi testimonia per il testimone”?
Il pubblico italiano ha avuto finora l’occasione di porsi queste domande circa la vicenda di Karski attraverso due filtri: la regia di Lanzmann in Shoah, in cui Karski accetta di lasciarsi intervistare, e la messa in romanzo della sua vita attraverso la penna di Yannick Haenel, Il testimone inascoltato (Guanda 2009).
Il romanzo di Haenel merita effettivamente tutta un’attenzione particolare anche dinnanzi all’accesa polemica, in territorio francese, fra lo stesso autore e Lanzann, che lo accusò di aver fatto della finzione su un testimone dell’Olocausto – un accusa ancor più grave dopo le tre famose interdizioni di mimesis dopo Auschwitz (Adorno, Steiner, Wiesel). In realtà Haenel non falsifica alcun che: partendo dal materiale autobiografico di Karski, egli riproduce fedelmente la storia della sua vita, mettendo in gioco però la questione etica dell’ascolto (dello Shemà tanto caro a Primo Levi) descrivendo e, in questo senso, romanzando i pensieri e i sentimenti di Karski dinnanzi a quei silenzi, a quell’impotenza e quell’incredulità di fondo.
Allora la domanda resta: quanto vale la parola di un uomo? Ben poca cosa sembrerebbe dopo aver letto l’autobiografia di Karski e dopo averne ascoltato le parole attraverso Lanzmann. Eppure quello che rimane è la forza divampante di un romanzo, quello di Haenel, della sua letteratura che ancora riesce ad accendere gli animi e a far emergere l’urgenza di poter credere, ancora, non a Dio, ma all’uomo che ti siede accanto.
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