BarnaZodiaco – Saviano vs. Saviano

Il mix oroscopoletterario di Silvia Ferrari.

Cari BarnAmici,

è inutile nasconderlo, la Vergine ha la caratteristica di avere un’energia inesauribile tanto da proiettarla sempre in nuovi obiettivi, e sempre più grandi, non nascondendo mai la loro forza caratteriale, che talvolta può essere recepita dagli altri BarnaSegni come una dote (sono in effetti dinamici e estroversi), talvolta come un difetto (sono spesso solitari e inavvicinabili).
Questa settimana ci occuperemo proprio di questo segno in onore del nuovo libro Zero Zero Zero. Viaggio nell’inferno della coca” di Roberto Saviano, una Vergine che ben volentieri è entrata nella rosa dei BarnaSegni italiani.
Dopo l’indiscusso successo di Gomorra, libro d’esordio, e una piccola parentesi di scritti fra il 2004-2009 pubblicati sotto il titolo La bellezza e l’inferno, Saviano ritorna nelle librerie con Zero Zero Zero. Viaggio nell’inferno della coca. Le premesse di un grande scrittore all’epoca di Gomorra effettivamente c’erano tutte, ma ormai arrivati al terzo titolo, con onestà intellettuale, purtroppo Saviano ha mancato il suo bersaglio.
Nessuno, e la sottoscritta se ne guarda bene, mette in discussione i meriti che questo intellettuale napoletano ha avuto e ha tuttora nel denunciare i crimini della camorra e il rischio che corre ogni giorno nel perpetuare il suo lavoro intellettuale, ma attenzione: basta chiamare (e soprattutto, basta farsi chiamare) scrittore. Saviano non è uno scrittore, e penso sia giunto il momento di decostruire quel fondamento totemico che lui stesso si è conferito: Saviano è criticabile (sì, si può!) dal punto di vista intellettuale.
Esattamente come il libro d’esordio, Zero Zero Zero non è un romanzo, non è un reportage, non è un’inchiesta. Non è un romanzo perché non c’è fiction né auto-fiction, il personaggio principale è sempre l’autore stesso che nel frattempo  – da Gomorra –  è divenuto appunto se stesso: un profeta, un testimone, un politico. Sebbene autore autorevole, perdonate il gioco di parole, Saviano è un personaggio inarrivabile, con una coerenza assoluta, con le sue principali e le sue coordinate perfette, assolutamente prevedibile nelle pagine che scorrono. Per tutti questi motivi, il libro non cattura, e non può richiamarsi al codice romanzesco. Dall’altra parte, non è un reportage, non è un’inchiesta, perché nel vortice ricostruttivo della criminalità internazionale e dei trafficanti di droga il lettore può affidarsi solo a Saviano, non ricavando mai altra fonte, né alle note a piè di pagina né nei ringraziamenti (di bibliografia neppure l’ombra), a cui potersi appigliare. Credere, e solo credere. Ma non è in questo modo che si struttura un discorso analitico o giornalistico.  Ancora, e solo per finire, spesso Saviano si perde nello stesso stagno in cui si specchia e contempla se stesso e la propria scrittura, compiendo quasi un’esegesi autocontemplativa, al confine con la parodia.
“Sono cresciuto a libri di mare. Mi affascinava il catalogo delle navi dell’Iliade e l’Odissea d’istinto la percepivo come esplorazione del perimetro dello scibile umano. Ho scoperto e non ho mai smesso di amare i tifoni e le bonacce che mettono alla prova i capitani di Joseph Conrad, mi sono perso dietro la caccia ossessiva di Moby Dick, demone dell’animo umano incarnato in un capodoglio. Allora tifavo per il grande cetaceo o mi sentivo Ishmael, l’unico sopravvissuto del Pequod per assolvere il compito di raccontare. Adesso so di avere la stessa ossessione del capitano Achab. E’ la coca, la mia Balena Bianca. Anch’essa è inafferrabile e anch’essa solca tutti i mari” (pag. 340).
Spesso quando affermo che Saviano è un grande intellettuale, anche un grande affabulatore, ma un pessimo scrittore, dinnanzi a quanti mi alzano contro le armi,  chiedo ausilio a un bel libretto di qualche anno fa, Eroi di carta di Alessandro Dal Lago. Questo libro, è vero, attaccava Saviano – e l’Italia tutta, che troppo facilmente si lascia sedurre –  ma rappresenta anche un’occasione mancata: da quel libro si sarebbe potuto scatenare un bel dibattito culturale, ma che ci ha regalato soltanto la solita bolla di sapone mediatica (“odi et amo Saviano“).
Con Zero Zero Zero fra le mani, non vi dirò di guardare indietro e scorrere le pagine di Dal Lago, ma se interessa questo argomento della droga, consiglio un’inversione di rotta: Cocaina, di Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo (Einaudi, Torino 2013). Le tre voci più importanti nel panorama letterario italiano raccontano la cocaina. Il primo racconto è un noir di Carlotto in cui si trova coinvolto un commissario che tende più alla vendetta che alla lotta al narcotraffico; il secondo è di Carofiglio, più intimista, al cui centro c’è un rapporto padre-figlia difficile, in cui la cocaina è un pretesto per raccontare un conflitto; il terzo, quello di De Cataldo, potrebbe essere davvero solo l’inizio di un romanzo, la cui narrazione ha fin da subito un respiro molto ampio e che segue i protagonisti invisibili: i soldi.
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