Sebastiano Mondadori recensisce «L’origine della distanza» (Terre di Mezzo) di Francesca Scotti

C’è qualcosa di osceno nel viaggiatore che lungo la strada ha smarrito la meta e si intromette in una quotidianità sconosciuta come un testimone affrancato dalle responsabilità. Non che sia antipatica, ma perlomeno è sospetta Vittoria, nella sua permanenza in Giappone sempre più disorientata dalle metamorfosi della distanza. Una distanza cominciata nella fuga dalle abitudini, forse una semplice curiosità, trasformatasi presto in una solitudine circondata di storie incrociate per caso – lei che non crede, ma cede alle coincidenze –, per compiersi in una forma incompleta di libertà, sempre un passo fuori dalle vite degli altri.

È lei, una studentessa universitaria che parte per Kyoto invitata dal suo ragazzo che però all’ultimo non si fa trovare spinto a partire da ragioni poco chiare, la protagonista della seconda prova narrativa di Francesca Scotti. Rispetto alla polifonia di voci, età e punti di vista dei personaggi dei racconti di Qualcosa di simile, i dodici capitoli dell’Origine della distanza – altro titolo rivelatore di una geografia esistenziale in cerca di coordinate – sono scanditi dalle ore dello zodiaco giapponese e inanellano le esperienze di Vittoria in un breve romanzo affacciato sul vuoto delle relazioni umane.

L’ombra del perturbante che sviava di senso le ossessioni nel libro di esordio qui si materializza in uno spaesamento all’apparenza lucido – come lucido e controllato vuole essere lo sguardo della Scotti –, cristallizzato in una scrittura rarefatta e insieme attratta dalla fisicità nella spasmodica attenzione per il cibo, con tutte le sue derive idiosincratiche e patologiche, in un’analisi minuziosa che prima ancora del gusto esalta la potenza della vista, e soprattutto come motore fondamentale dei rapporti umani: infatti quasi tutti gli incontri sono segnati dal mangiare e dalle riflessioni sul mangiare – a tavola, al ristorante, sul bancone di un locale, in una caffetteria, davanti alle bancarelle dei cibi di strada, su una panchina, in treno, alle terme.

«Il Giappone è un paese sicuro per il corpo, ma pericoloso per la mente» sentenzia un professore in pensione mentre divide uno spuntino con Vittoria davanti al giardino del tempio di Kyoto. Un’affermazione contraddetta dalla paura del cibo intossicato dalle radiazioni di Fukushima che porta al digiuno Yuya, il fratello di Setsuko. È lei, insieme all’agente immobiliare Miki che la aiuta a trovare un appartamento perché non se la sente di occupare quello di Lorenzo, la sola presenza prossima all’amicizia. Non ci viene mai raccontato, ma Vittoria insegna italiano alle sue due figlie, oltre a servire ogni tanto la sera in un bar.

Gli incontri con le altre persone nascono per caso, in una caffetteria o per strada. Sono comunque persone inavvicinabili, distanziate da quell’ambiguità con cui Vittoria guarda ed è guardata – quando è guardata: straniera imprigionata nel cliché dell’italiana, sperimenta anche la sensazione di invisibilità al cospetto di una donna che incontra tutti i giorni nel bar dove fanno colazione vicine di tavolo.

«Mi piacciono i contrasti, la sensazione di sicurezza» Vittoria sta spiegando al professore in pensione cosa le piace del Giappone, e subito dopo aggiunge «la tranquillità». Una spiegazione sotto cui si cela, elusiva e inconfessata nella passività di una fascinazione che lentamente si smarrisce nell’arrendevolezza, una sorta di sospensione della propria identità: la sua è una vita distante dalla realtà incompleta davanti all’impotenza dello sguardo che nemmeno la scrittura è in grado di riscattare. E questa distanza si moltiplica in una messa in abisso: dai brandelli di storie di cui è testimone involontaria (la bambina che si perde nella folla della cerimonia dei defunti, il compagno di treno verso Tokyo con il quale non riesce a comunicare che si suicida poco dopo sotto la metropolitana) alle storia di sparizione che riporta dalla lettura di un articolo di giornale, fino ai racconti claustrofobici di Lorenzo – tutti rigorosamente in flashback, altro espediente per creare altra distanza.

Le vite degli altri sfilano come presentimenti di altre storie, avvolte nelle suggestioni del non detto, lontane. La stessa curiosità iniziale con cui ci spiega l’importanza di alzare lo sguardo perché i negozi si sviluppano in verticale come i grattacieli, con l’avanzare di un tempo scagionato dai limiti di un ritorno continuamente dilazionato si concentra solo sui rituali maniacali legati al cibo, mentre il Giappone viene interiorizzato come uno stato d’animo in cui Vittoria riscopre una «vulnerabilità che mi fa tornare bambina» sancendo così un’ulteriore distanza, da un passato che si guarda bene dal raccontarci.

La visita, finalmente, all’appartamento disabitato di Lorenzo non svela fino in fondo il mistero della sua partenza, ma apre altri scenari sconcertanti, nuove storie da inventare, così come le piace fin da piccola inventare i sogni. Ormai è inevitabile, il cerchio non si chiude, e la partenza rimandata senza fretta. La sfilata dei carri di un’antica festa popolare su cui cala il sipario annuncia «una solitudine nuova» per Vittoria e viene scossa da una rivelazione di Miki su un doppio suicidio da cui è uscita viva. Lo rivela in quell’indicibile confine tra pudore e innocenza che trova ogni volta impreparata Vittoria. E allora tornano buone le sue considerazioni sul freddo negli appartamenti di Kyoto, una condizione che crea altra distanza a meno di non scegliere di infrangerla una volta per tutte, per tornare dalla parte di chi agisce. Ma Vittoria non è ancora pronta.

Con L’origine della distanza Francesca Scotti affonda le sue inquietudini nel limbo di possibilità solo sfiorate, adombrate in un’allerta soffusa di echi minimalisti. Ciò che tiene in vita i suoi racconti mancati, quelli che avrebbe dovuto vivere, e non soltanto riportare, sulla propria pelle, è l’acutezza spiazzante – sbirciata dallo specchio del bagno da cui Lorenzo vede la bella Asako provocarsi il vomito con il dorso dello spazzolino o filmata quotidianamente da Lorenzo oltre la finestra dove una adolescente (forse) si esibisce per lui – con cui ci fa intravvedere l’orrore dietro vite apparentemente normali.

Conoscendola, però, non posso non rimproverare a Francesca le conseguenze di questa distanza, e la invito a ritornare dalla vacanza spirituale del Giappone per imparare a raccontare ciò che conosce meglio e dare respiro alla sua vena rocambolesca, sbilencata tra ironia e paradosso in un sapido clamore milanese, con cui smaschera le nostre piccolezze. Per cominciare – perché no? –, potrebbe ripartire dal passato di Vittoria.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...