BarnaZodiaco – I diari di un Toro, John Cheever‏

Il mix oroscopoletterario di Silvia Ferrari.

Cari BarnaSegni,

vi chiedo subito perdono, ma devo fare ancora un piccolo omaggio al BarnAriete perché questa settimana la Barnabooth ha festeggiato gli anni del suo mentore, Sebastiano Mondadori. Più che un omaggio in effetti, è un piccolo avvertimento rivolto a tutti gli altri BarnaSegni:

“Mai fidarsi di un uomo che è nato sotto il segno del Pesce d’Aprile pur essendo un Ariete. Potrebbe essere un Miracolo sbagliato. Auguri Sebastiano!”.

Il BarnaZodiaco si occupa questa settimana di un Toro a noi molto caro, John Cheever, di cui recentemente Feltrinelli ha deciso di dare alle stampe “Una specie di solitudine”. E’ bene precisare che malgrado il titolo sembri evocare un bel romanzo del Nostro – un po’ astutamente, aggiungo –  questo librone in realtà è l’insieme dei suoi diari scritti fra la fine degli Anni Quaranta e gli Anni Cinquanta, negli Anni Sessanta, e fra gli Anni Settanta e i primi Anni Ottanta.

Dopo la lettura di un romanzo, spesso il lettore è portato a chiedersi quanto l’autore abbia saccheggiato la vita –  magari la sua, magari quella di un amico o proprio quella del lettore stesso, chissà –  per dar luce all’opera d’arte. Con la lettura dei diari privati degli scrittori, la domanda è capovolta: quanta finzione c’è nella loro quotidianità? Quale rapporto hanno con la loro scrittura?

 

Certamente non è lo stesso tipo di rapporto con la letteratura che ha Flaubert, che fra le valli di Rouen può confrontarsi con la propria scrittura ogni giorno, restando in vestaglia davanti alla finestra, con i gomiti appoggiati allo scrittoio di legno a rivoluzionare la letteratura europea senza preoccuparsi dell’urgenza economica che la vita imporrebbe a chiunque.

Cheever questo non può permetterselo. E’ uno scrittore a cavallo fra due grandi generazioni: l’una perduta, quella di Hemingway, l’altra bruciata, quella di Kerouac; eppure, tenta di smarcarsi sia dalla prima sia dalla seconda per proseguire quell’indagine antropologica dell’uomo borghese americano già intrapresa da Fitzgerald, e sulle cui orme procederanno Yates e Carver.

“Molto umido. L’aria sopra la valle dell’Hudson è come una nebbia sbiadita. Un sole nocivo si riflette sulla vetrina del ferramenta. Sto seduto in terrazza a leggere dei tormenti di Scott Fitzgerald. Io sono, lui era, uno di quegli uomini che leggono le tragiche vite di scrittori alcolizzati, autodistruttivi, con un bicchiere di whisky in mano e le guance bagnate di lacrime” (da Una specie di solitudine, p. 273)

Attraverso questi diari noi non conosciamo soltanto i segreti più sordidi, i vizi e le virtù di un uomo non eccezionale, il più delle volte infame; attraverso questi diari conosciamo anche la storia dei quarant’anni più duri dell’America, e i mille espedienti per sopravviverle.

 

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