Shanghai Devil – La serie ‘romantica’

Si è conclusa l’ultima miniserie bonelliana. La prima parola utile per descriverla è: coraggiosa. Il coraggio non dipende ne dagli argomenti trattati ne dall’idea editoriale – di per se stessi ambiziosi e, quindi, rischiosi –, ma dalla maniera con cui l’autore ha deciso di raccontarci questa storia. Quello che alla fine si ha la sensazione di aver letto è, infatti, un arioso romanzo che tanto agli amanti come noi dell’avventura piace. Questo è senza dubbio un enorme pregio, ma anche forse l’unico difetto della saga. Cioè il lato che ne può privare di quella furba e ammiccante popolarità che necessita un fumetto seriale.

In un momento in cui le case editrici letterarie puntano solamente sull’imitare casi editoriali, l’avvincente prosa di Gianfranco Manfredi, autore poliedrico – e quindi in grado di utilizzare con capacità diverse forma di narrazione, dal cinema al teatro, dalla letteratura scritta a alla musica –, si adatta perfettamente alla nona arte, il fumetto, stravolgendone i canoni classici. E questo ci piace. Già con Volto Nascosto il solco per l’imponente fossa di confine era stato tracciato. In Shanghai Devil si perpetra a fondo una filosofia di storytelling del tutto simile a quella, come detto, di un grande romanziere. Sì talvolta si usano trucchetti come il cliffhanger tra albo e albo o il piccolo colpo di scena, ma si può tranquillamente dire che questa Storia è Una storia divisa in capitoli. Persino il protagonista che da il titolo alla serie si inchina alla supremazia carismatica del suo alter-ego Ugo Pastore. Qui sta la grandezza dell’opera. L’attenzione, l’emozione e il divertimento si basano quasi solamente sulla bellezza dei personaggi, sui dialoghi e sull’accurato dramma storico-geografico che culla il lettore in un enorme e colorato carillon non condizionato da un inizio e una fine – al contrario del classico topos del fumetto popolare – ma dal coinvolgimento emotivo di ogni pagina costruito dall’affine miscela sceneggiatura/disegni. Questo, come detto, non porta – tranne in rari e fortunati casi come alcuni Dylan di Sclavi – alla grande massa, ma bensì ai lettori più attenti e impegnati. Già, non si può non dire che fumetti come Ken Parker non abbiano rivoluzionato il mezzo e siano rimasti nei cuori di molti lettori. Non si può neanche dire che fumetti come quello abbiano venduto milioni di copie. D’altronde la soddisfazione di una lettura è pari all’impegno messo nella stessa, come la conquista di una donna bella e sfuggente. Quindi il coraggio dell’autore e dell’editore è un coraggio che, assurdamente, in Italia, tocca ai fumettari perché i romanzieri – o meglio chi decide di pubblicarli – hanno politiche editoriali che dalla qualità si distanziano, seguendo il successo immediato fine a se stesso e vanaglorioso, impoverendo, invece di educare, i lettori. Portando, così, l’editoria a morire, invece che crescere; la cultura a esaurirsi e lo stato fallire nell’ignoranza.

Torniamo a Ugo, nell’ultimo redazionale, Manfredi, dice che le vendite di SD sono state inferiori a quelle di Volto Nascosto. Questo, per l’appunto, dispiace per due motivi. Il primo per la qualità indiscussa del prodotto fumetto – non che VN non fosse un ottimo acquisto –. Secondo perché, proprio utilizzando questo medium illustrato, l’autore affresca una cronaca di alcuni personaggi travolti dagli eventi. Cioè: è assurdo pensare che Manfredi abbia scritto comandato da un istinto superiore o seguendo una traccia di realtà. È ovvio che la storia è stata partorita dalla sua fantasia. Ma il ritmo della narrazione, verosimile quanto la verità, segue il personaggio come l’incolpevole coinvolto che molti romanzi trai più belli della letteratura moderna adottano come protagonista. Tutte le parti in causa reagiscono da uomini e non da eroi inventati. Questo aumenta il dramma e l’empatia del lettore nei loro confronti. Le evoluzioni, che più di Ugo, gli altri anno non suonano mai false. Ugo mantiene la sua filosofia, non si adatta come, invece, gli era successo in VN. La genialità sta appunto di non far scartare il carattere del protagonista destinandolo a morire senza morire. La bellezza del personaggio femminile, che ahimè, sparisce a metà, saga, ricompare le ultime pagine. Come a dire che le ultime vicende fossero troppo forti per le tinte romantico avventurose. La ricomparsa della ragazza nella sorgente dei fiori di pesco rivela molto di più che la presenza nello stesso giardino di Ugo stesso e giustifica l’assenza Meifong nella seconda parte della serie.

L’alternarsi di bravissimi disegnatori – come nella tradizione Bonelli – arricchisce ancora la sfaccettata peculiarità di questa serie che ha il respiro del romanzo classico, il simpatico ‘pizzicore dietro la nuca’ dell’avventura – dettato dalle location esotiche e da personaggi come il maestro Ziwen, La maitresse Madame Niang e il monaco Chuang Lai – e il dramma ‘duro’ della letteratura moderna.

Questa è una serie che racconta la rivolta dei Boxer e ti imprime nella mente con strisce disegnate di campi medi, lunghi e lunghissimi le cariche a mani nude dei monaci guerrieri cinesi al loro grido di battaglia : SHA SHA SHA.

Nota: in un editoriale Manfredi spiega anche il giusto significato della parola Kung-fu.

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