Lo spiraglio

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Per scrivere una buona descrizione bisogna armarsi di coraggio e mandare in guerra i cinque sensi. Se poi è la malattia che si vuole raccontare, state sicuri che dalla battaglia torneranno più morti che feriti.

Pancreas

Cinque minuti fa stavamo ballando. Cristo, cinque minuti non cinque giorni, cinque settimane o cinque mesi. Ora sono seduta nella sala d’attesa del pronto soccorso. Ci abbiamo messo meno di dieci minuti per arrivare, un percorso che solitamente richiede venti minuti se non mezz’ora. Ho volato, mentre Marco si contorceva nel sedile accanto.

Bianchi? Chi è il parente di Bianchi?

Eccomi, sono io. Scatto in piedi e seguo l’infermiere.

Marco è steso su una barella, accartocciato su se stesso, in posizione fetale. Ha una flebo accanto. Seguo il tubicino che vedo scomparire nel suo braccio. Quando mi sente apre gli occhi.

«Come va?» mi chino a parlargli. Ha la fronte bagnata di sudore, le mani rattrappite stringono il lenzuolo.

«Ho freddo.»

Mi guardo intorno e sparisco in cerca di una coperta.

Quando torno lo trovo disteso supino, lo sguardo piantato nel lampadario al neon sul soffitto.

«Ti hanno detto che cos’ho?»

«No. Non si è visto ancora nessuno.»

Dalla porta un medico mi fa cenno di avvicinarmi.

Sente il mio passo che si allontana ma non si muove, gli occhi ipnotizzati dal neon.

Quando gli prendo la mano, dieci minuti più tardi, non si volta neppure.

«Allora?»

«Hai dei brutti calcoli al fegato e una pancreatite.»

Silenzio.

«E poi?»

Mi chiedo come abbia fatto a capire che c’è dell’altro.

«Solo che la pancreatite è molto brutta, ci vorrà del tempo per farla regredire.»

In realtà hanno trovato delle sacche di materiale necrotizzato sul pancreas. Ma non me la sento di dirglielo. Non ora e non così.

«Cristo, con tutte le medicine che hanno troveranno ben un cazzo di antibiotico che mi guarisca!»

«Lo troveranno, stai calmo.»

Marco non dice mai parolacce, al contrario di me. Da qui capisco quanto sia fuori di sé, spaventato da questo dolore che non gli appartiene.

Non posso dirgli neppure che non possono rischiare di operarlo perché potrebbero farle aprire quelle sacche. Non devono assolutamente aprirsi, altrimenti potrebbero infettare gli altri organi…

«Calcoli pancreatite,  tutto senza un cazzo di preavviso, senza un dolore, un’avvisaglia…»

Non so cosa rispondergli. Che potrei dire? Mi limito a tacere e a stringergli la mano libera dalla flebo. Mi sento stupida e soprattutto mi sembra di prenderlo in giro.

«Il dolore è passato?»

«No.»

Gli poso una mano sulla pancia. È contratta, i muscoli formano una massa rigida.

Ho  sentito di guaritori filippini che affondano una mano nel corpo del paziente, come fosse burro. Estraggono il male e la pelle si richiude, senza lasciare cicatrici.

Immagino la mia mano che entra nella sua pancia e, ad una ad una, toglie quelle sacche. Ma mentre sta per afferrare l’ultima, questa si apre e milioni di cellule impazzite si spargono nel suo corpo, affondano uncini sottili nel cuore, nel fegato, nei polmoni. E tutto si deteriora, imputridisce, muore.

Scuoto via quell’incubo e lo guardo.

I lineamenti si sono distesi, ha chiuso gli occhi, sembra si sia assopito.

Trascino una seggiola accanto alla barella e mi siedo. Sarà una notte lunga.

 

Clara Negro

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