Tex – Salt river

Commentare una storia di Tex non è affatto facile. Come non è affatto facile scriverla o disegnarla. Ma quando alla macchina da scrivere e ai pennelli c’è una coppia di autori di assodato successo, sia sula stessa testata, sia su altri personaggi bonelliani come Zagor e Dampyr, risulta tutto più semplice.

Partiamo dai disegni. L’evoluzione grafica che l’ormai maestro Stefano Andreucci ci ha abituato passando dall’avventura classica, epica di Zagor, alla dettagliata accuratezza dell’horror intimista/colombiano o folklorista/boselliano di Dampyr, si destregga notevolemete anche tra le polverose distese western di Tex Willer, personaggio che i suoi abili strumenti del mestiere avevano caratterizzato già dieci anni orsono. Il taglio che il disegnatore vuole dare alla sua opera è diverso, infatti, da quello della precedente impresa. Andreucci, che aveva regalato a Zagor magnifiche inquadrature e nuove prospettive, che aveva inventato un metodo d’effetto per l’uso dei colori nell’albo centenario di Dampyr, in questa storia texiana ci esalta con tecniche per respirare la polvere, per vedere in bianco e nero i colori del tramonto della frontiera e per sentire il sangue pulsante della giugolare del destriero sotto la sella, sotto il nostro culo. Alcune sue idee sembrano prendere attirittura spunto da immagini Djangotarantiniane. Ricordiamoci che l’autore ha disegnato la storia prima che il film uscisse. Il tratteggio rende al massimo specialmente nel secondo albo dove la stempa – migliore che nel primo – distribuisce i suoi segni come le note di una ballata che ci coccolano e ciconducono rilassati ai bivacchi ed emozionati alle sparatorie.

Sorprendente sono le innumerevoli espressioni sia dei protagonisti, buoni e cattivi, che delle comparse. Queste ultime, specialmente nel primo albo, sono una rassegna di figure western da antologia: valgono da sole i soldi spesi per la storia. Gli ‘attori’ recitano su carta e mai si sfiora banalità in un gesto o in un’occhiata. Queste espressioni regalano una verosimiglianza incredibile e drammatica alla storia. Questi volti ricordano i personaggi del western post-moderno di Cormac McCarthy.

Mauro Boselli oltre che essere lo sceneggiatore di questa storia è anche il curatore della testata. Cosa vuol dire questo? Assolutamente niente. ‘Who whatch the wahtctmen’ non vale per questo autore che alterna ultimamente storie più complesse – non complicate -, come ci aveva abituato negli anni precedenti, a storie più lineari e dirette, senza mai snaturare il personaggio e, soprattutto, dando la sensazione di un impegno costante che appassiona tutti i tipi di lettore texiano: il classico (quello che lo legge da sempre), il puntiglioso (quello a cui il personaggio appartiene moralmente), il neofita (quello che si è avvicinato a Tex proprio per le storie complesse e sfaccettate che l’autore ha saputo tessere).

L’abilita non comune di gestire l’azione dei protagonisti nei classici luoghi di frontiera è normale amministrazione per Boselli. Quello che in più converge in questa storia è la capacità sottile e appagante dell’uso di Kit Willer. Questo personaggio, il più ostico da utilizzare storicamente dei quattro pard, è sempre stato visto da tutti come una copia di Tex che però non poteva essere come il padre. Forse persino GL Bonelli, il creatore della serie, aveva difficoltà a ritagliargli un ruolo nelle proprie avventure. Boselli vince la scommessa di ‘schierarlo in campo’ puntando sulla profondità psicologica e sentimentale del ragazzo, proprio come l’autore spesso fa imbastendo le sue trame epiche e complesse. I canovacci western non sono molti e per ricordasi di una storia più che un’altra abbiamo solo il carisma dei personaggi e i loro turbamenti. L’autore milanese lo sa bene e sfrutta un tema a tutti caro, ma anche difficile, quello del rapporto padre-figlio. Già nella storia Colorado Belle e in Patagonia assistiamo a questi splendidi momenti. Attenzione la cosa è molto sottile perchè Tex non ha dubbi. Quindi il ranger dice, e non pensa di dire, al figlio che un ragazzo come lui dovrebbe studiare e star dietro alle gonnelle invece che cavalcare inseguendo guai con lui e il vecchio Kit Carson in Colorado Belle e si rammarica del guaio in cui lo ha cacciato nel finale di Patagonia. Sono pochi istanti, poche battute che valgono tutto e donano al ragazzo un allure affascinante che non aveva mai avuto prima quando risponde con testa bassa, magari calcianodo una sasso con imbarazzo, frasi del tipo: “Dài, pà… Sai che ci sto bene con te e zio Kit…”.

In questa storia il giovane Willer si fa giocare da una donna, come normalemente può capitare a un ragazzo di quell’età. E in una tavola, in delle veloci battute di scambiate con Carson e Tex a cavallo, Boselli dimostra tutta la sua grandezza. In una tavola trasforma una storia normale in una da ricordare. Affresca con unlteriore pennellata il rapporto virile tra i tre con leggerezza e sensibilità. Il trucco e questo. La ragazza è cattiva e facendo gli occhi dolci al giovane lo frega. Ma Kit non la odia. Ma davanti ai ‘grandi’ deve far capire che lui la vuole catturare, la vuole sbattere in galera, vuole essere severo con lei. I due vecchi volponi, grazie a un intesa ormai inequivocabile, riescono a far uscire fuori dalla bocca del ragazzo l’affetto che comunque ha nei confronti della donna, nonostante essere stato fregato e di cui loro, i due vecchi pard, si erano accorti grazie alla loro esperienza.

Queste sfumature caratteriali in linea con il personaggio non lo snaturano ma lo arricchiscono. Il Kit Willer di Andreucci incarna alla perfezione quanto detto del Kit Willer di Boselli.

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