Lo spiraglio

Immagine

 

Perché spiarci dal buco della serratura, quando la porta è appena socchiusa? Entrate con la punta del naso. Con il dito indice. Col ginocchio. Entrate con il lobo dell’orecchio. Insomma entrate come vi pare, basta che portiate con voi carta e penna…non si sa mai.

Ah, se avete paura degli agenti immobiliari e dei dinosauri, forse è meglio leggere questo racconto di Clara Negro accompagnati da un adulto…

 

La collina è fitta di case. Case diverse ma senza colori. Case tristi. Non è questo che ho chiesto alla ragazza dell’agenzia.

Posteggio lungo il marciapiede, ai piedi di una scalinata lunga e ripida che sale sino ad una porta:  il 6B .

Un uomo mi guarda in silenzio da lassù.

“La signora Merlo, immagino. Sono Cusani, dell’agenzia immobiliare, piacere.”

Alzo lo sguardo sulla facciata di un verde pallido slavato, interrotta da finestroni senza l’ombra di una persiana.

“Ci sono dei lavori da fare” mi avverte.

Apriamo la porta. La serratura resiste, poi alla fine cede e siamo dentro.

“È uno scherzo? Qui manca il tetto!”

 Attraverso le travi, che sembrano l’ossatura di un dinosauro dimenticato, intravvedo il cielo. Rabbrividisco.

“Le avevo preannunciato che ci sono dei lavori….”

Non lo ascolto. Entra un vento forte, una finestra sbatte. I miei tacchi rimbombano sul pavimento di pietra  irregolare. Non so perché ma piango, piango perché questa non è la casa che mi aspettavo.  Piango per l’ennesima delusione. Piango per quest’uomo sconosciuto dagli occhi infossati e tristi, piango perché anche lui fa parte della delusione.

Mi guarda, si avvicina e tira le labbra sottili in un non-sorriso che mostra una fila di denti giallastri, stranamente lunghi. Prima che possa sottrarmi mi afferra il gomito.

“Saliamo, venga.”

Ha una stretta forte. Sento le sue unghie lunghe passare attraverso la stoffa del vestito e ferirmi la carne. Ma non faccio nulla per liberarmi.

Una scala porta al piano superiore. Saliamo lentamente e, gradino dopo gradino, la casa non è più la stessa. Sopra di me non c’è più il cielo ma un soffitto basso e grigio. Una stanza si apre in un altro spazio più ampio, e un altro ancora, le porte di susseguono, una dentro l’altra.

Mi volto e vedo Cusani che si toglie il cappotto, compostamente lo piega su una sedia, posa il cappello. Improvvisamente è nudo e ha in mano un lungo coltello da cucina.

Mi metto a correre, dentro quella che sembra una scatola cinese. Una stanza dopo l’altra, una porta dopo l’altra. Sento il suo respiro farsi vicino, ansima. Corro e ansimo anch’io, corro e ho la gola secca e le labbra asciutte e il respiro sempre più corto. Perché, perché è toccato proprio a me?

La luce grigia filtra dalle finestre alte, senza vetri. Un vento freddo strapazza stracci di tende che mi sfiorano il viso e mi intralciano la fuga.

Mi arriva il puzzo di sudore dell’uomo che mi insegue. Quando finirà questa galleria di stanze? Prima o poi mi troverò davanti ad un muro, e sarò costretta a fermarmi.

La sua mano su una spalla, sento la lama che si fa strada tra la carne: il dolore è tremendo. Urlo, urlo più forte che posso ma la voce si perde in quell’infinita galleria di sale vuote.

Cado a terra e il coltello mi colpisce ancora e ancora, l’uomo mi è addosso, è gelato, ossuto. Un ginocchio mi preme le reni.

Tutto svanisce, la casa, il pavimento di pietra e la luce grigia, sempre più lontana.

Buio.

 

 

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