Lo spiraglio

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Esercizio: prendi un giornale, scegli una notizia, scrivi una storia. 

Guardate che alla Scuola di scrittura creativa Barnabooth mica si scherza!

Una canzone per il magistrato

Davanti al magistrato, canto. E quella si meraviglia che un aquilano conosca il dialetto di De André. Continua a pulirsi gli occhiali con l’orlo della camicetta azzurra e a battere la Montblanc sul mio fascicolo: qualche ora fa ho sparato a una sua simile, cagna! e al suo amante, cane e bastardo! Sappiamo entrambi che il titolo del Corriere d’Abruzzo di domani dipenderà dalla sua temperanza e dal mio pentimento.

Quando nel 2009 la terra ha tremato, io ero a dormire tranquillo, come tutti. Ma diversamente dagli altri, appena mi sono svegliato dalle grida delle bambine, lo sconcerto non è stato il sopraggiungere della morte, ma scoprire che il letto dalla sua parte era intatto. Ero solo in quella casa al primo piano (e per fortuna che non ci potevamo permettere altro!) a scaraventare le mie figlie in strada dalla finestra, a rincorrere la paura per i vicoli, a ritrovarsi tutti in piazza.

“Dov’è la mamma?”; “La mamma è in casa! La mamma è rimasta in casa” urlavano tutte e quattro, ma le voci si perdevano fra le altre mentre le abbracciavo e pensavo “Se non l’ammazza il terremoto, l’ammazzo io”. L’ho ritrovata qualche giorno dopo in una tendopoli. L’ho picchiata davanti a quelli della protezione civile. “Stress post traumatico”, ha spergiurato mia moglie, e quelli della Croce Rossa le hanno dato ragione.

Sono passati cinque anni, ma io quella notte non me la sono mai dimenticata. E come potevo? I giornali e la televisione e la radio sono ossessionati. Si commemora ogni giorno, quel giorno. È sempre l’anniversario del tradimento di quella cagna.

Mi ringrazi che non l’ho mai picchiata. Diceva che la violentavo di notte, così che non andasse a scopare in giro di giorno. Mi ringrazi, e mi ringrazi.

L’anno scorso è andata dall’avvocato, “non dai carabinieri” ha tenuto a specificare, e ha chiesto la separazione. Ora vivo come ospite sul divano di alcuni muratori negri che lavorano per la mia ditta. Lavoriamo il marmo, e dopo il terremoto, abbiamo avuto di che lavorare sottobanco e per fortuna, altro che crisi. Almeno posso pagare l’apparecchio alla bimba più grande e il pattinaggio alla più piccola. Certo, a loro glieli nascondo nello zainetto con un biglietto. Se l’avvocato della cagna scopre che i soldi ce li ho e che la storia del divano è una montatura, dovrò pagarle gli alimenti. Che si faccia pagare dal suo amante, diventi la puttana che è.

Oggi pomeriggio sono andato al centro commerciale con la mia bimba più grande. Voleva l’iPhone 5. Glielo avevo promesso che se mi avesse portato una sufficienza in latino glielo avrei comprato. Quando siamo entrati nel centro commerciale, li ho visti. Il cane e la cagna. Si baciavano con la lingua, appoggiati al bancomat. La pistola ce l’avevo sotto la camicia, nei jeans. La porto sempre con me, non mi fido dei negri e ancora meno dei bianchi. Adesso fare l’imprenditore non è mica facile.

Mia figlia era ipnotizzata dal telefonino. Gli sono andato incontro e gli ho sparato. Mia figlia ha urlato e io mi sono infilato nell’ascensore per andare al parcheggio sotterraneo, a prendere la Punto. Che tempo infinito per scendere là sotto. Quando si sono aperte le porte, i poliziotti erano già all’uscita. È lì che ho gettato la pistola forse, oppure l’avevo già gettata prima, non mi ricordo. Ho provato a correre a vuoto, ma un caramba bello grosso mi ha agguantato per la manica della camicia.

Ora sono qui a cantare Dolcenera dinnanzi al magistrato e vorrei davvero avere una bella voce e sapere l’italiano abbastanza bene per raccontarle della moglie di Anselmo.

 

Silvia Ferrari

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