Lo spiraglio

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Esercizio: prendi un giornale, scegli una notizia, scrivi una storia. 

Guardate che alla Scuola di scrittura creativa Barnabooth mica si scherza!

 

Il sacco

Il piccolo corpo rosso scivola tra le gambe di Sofia; tirato via da due mani ruvide, nere, le cui dita portano i segni profondi lasciati da due grossi anelli d’oro.

«Tienili tu» mi ha detto, e io – me ne accorgo solo ora – ho tenuto quei gioielli sul palmo, come due insetti. In questa posizione ho assistito al parto, qualche passo distante da quello che per tutto il tempo ho immaginato come un enorme buco insanguinato. Da lì sono caduti sul telo bianco disteso a terra liquidi e grumi scuri; da lì hanno zampillato getti chiari di urina. La donna ha tenuto la testa tra le sue cosce ed è durato poco, in fondo: un paio d’ore, forse tre.

Ora che tutto il corpo è fuori, la donna mi guarda: «Prendi quello.» Mi indica con gli occhi un altro telo piegato e asciutto, appeso a una sedia. Glielo passo. Tengo in bilico gli anelli.

«Mettilo su di lei» mi dice. Mia figlia non piange. È agganciata alle sue mani dalle ascelle e gli occhi della donna adesso indicano la pancia nuda. Stendo il telo e guardo la bambina, coperta dal muco giallo, dai resti, con la bocca spalancata e le gengive vuote.

La donna tiene il corpo sul telo e mi passa un paio di forbici, che fino a un attimo prima saltellavano sul fondo di un pentolino, insieme all’acqua bollente. «Taglia qui.»

Guardo Sofia, ma lei non guarda me: il suo viso è gonfio, bianco, prende aria e la ributta amaramente. Taglio il cordone. La bambina non piange ancora, ma trema, stringe i pugni. Li stringo anch’io. I due anelli si scavano uno spazio sul mio palmo.

La donna mi mette la piccola in braccio e va a lavarsi. Io guardo Sofia, ma lei adesso dorme, o cerca di svenire, di non essere qui con me. Quando torna, riconsegno alla donna gli anelli e la busta che ho in tasca. Lei conta i soldi e annuisce. «Qui ci penso io. Tu vai.»

Avvolgo la piccola nel telo e la stendo nel sacco. Le metto sotto la testa un altro telo blu, più grande. Chiudo il sacco con un nodo stretto e di nuovo guardo Sofia: tra le sue gambe c’è la donna che pulisce, lava, tampona.

«Io vado» dico, ma Sofia sta ancora cercando di essere altrove. Mi chiudo la porta alle spalle e scendo. Adesso, dentro il sacco, la bambina fa il verso di un gatto randagio sotto una macchina.

 

Andrea Meli

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