Moreno racconta… – Il mestiere di scrivere

Probabilmente c’è più gente che crede ai fantasmi di quanta sappia che esistono gli sceneggiatori di fumetti. La maggior parte dei ragazzi, ormai, i fumetti non sanno neppure che esistono, e questo è un dato di fatto: vivono soltanto di cartoni animati e videogiochi e la cosa più vicina a un fumetto di cui hanno cognizione sono le istruzioni di montaggio delle sorpresine Kinder.

Ma tralasciando queste forme di vita inferiore e dedicandoci a quelle più evolute, indubbiamente (soprattutto fra chi ha più di venti anni e non ha avuto un’infanzia digitale), c’è una certa percentuale di persone a conoscenza del fatto che ci sono pubblicazioni stampate su carta in cui si raccontano avventure di personaggi disegnati. Fra costoro, si arriva a concepire che esistano dei disegnatori: dato che i fumetti sono disegnati, logicamente c’è chi lo deve aver fatto. In realtà, qualcuno continua a credere che le vignette vengano tracciate da un computer o fatte in serie con dei timbri sagomati: una volta, un tale, dopo avergli rivelato che Tex e Topolino erano realizzati a mano, mi ha guardato incredulo e ha sbottato: “Davvero? Credevo che li facessero con gli stampini”. Però, con un minimo di riflessione, seguendo i pensieri che vengono in mente la notte quando si guardano le stelle e ci si interroga sul senso della vita, taluni riescono a concepire che i fumetti possano pure essere stati disegnati a mano. Però, oltre non si va. I fumetti li fa uno, e uno solo, il fumettaro, e se si riesce a credere che un’entità del genere esista, questo spiega tutto. Ma gli sceneggiatori di fumetti vanno oltre il ponderabile. Trascendono il senso comune delle cose. Se i fumetti li crea il disegnatore, costui è già il motore immobile aristotelico e non c’è bisogno di una entità precedente.

Invece, dovete sapete che, per quanto sembri impossibile, i fumetti non sono disegnati con il computer, non sono fatti con lo stampino, e non sono (quasi mai) frutto del lavoro di una sola persona ma di almeno un paio.

A questo punto facciamo subito una prima fondamentale distinzione. Coloro che lavorano nel mondo del fumetto si dividono principalmente in due grandi famiglie: autori dei testi, coloro cioè che inventano una storia e la raccontano dividendola in vignette, e disegnatori, che si occupano di illustrare quanto sceneggiato dai primi. In realtà non è così semplice, dato che a volte gli sceneggiatori sono persone diverse dai soggettisti, e i disegnatori possono divedersi in matististi, inchiostratori e coloristi, e poi ci sono i letteristi, i grafici e gli editor. Ma per iniziare, e non confondervi le idee ci limiteremo per ora a parlare di sceneggiatori e disegnatori. Chi scrive, appartiene alla prima categoria. Sono, appunto, una di quelle persone di cui pochissimi sospettano l’esistenza.
Da qui la difficoltà di far capire ai non iniziati in cosa consista il mio mestiere. Se alla domanda: “Di cosa ti occupi?” rispondo genericamente di lavorare nel campo del fumetto, l’interrogativo successivo sarà: “Ah! E cosa disegni?”. E’ fisiologico. Com’è facile immaginare, questa domanda getta nello sconforto gli sceneggiatori, che con un moto di orgoglio si affannano a spiegare che no, loro non disegnano, loro sono quelli che scrivono i testi. Seguono stupore e meraviglia degli astanti, i quali proprio non immaginavano che per quelle quattro parole racchiuse nelle nuvolette servisse addirittura una sceneggiatura. D’altro canto, se alla fatidica domanda si cerca di tagliar corto rispondendo “sono uno sceneggiatore”, si crea tutta una serie di equivoci a base di: “Davvero? Del cinema?”. “No”. “Allora della televisione? Ho visto qualcosa che hai fatto tu? Sceneggiati?”. “No”. “Allora fiction?”. “No”. “Sit-com?”. “No”. E ad ogni no il povero autore si fa sempre più piccolo, fino a quando è costretto ad ammettere che sceneggia fumetti, provocando la reazione delusa e stizzita dei suoi interlocutori.

Molti di coloro che leggevano i fumetti da bambini, ne hanno poi abbandonato la lettura quando si sono accorti che era più divertente correre dietro alle ragazze (sono d’accordo, ma l’una cosa non esclude l’altra). Costoro, di solito, sono convinti che i fumetti abbiano cessato di venire stampati quando loro hanno smesso di leggerli. “Zagor? Davvero esce ancora?”. No, ci sarebbe da rispondere, lo mandavano in edicola soltanto per te. Altri invece, sia pure in minoranza, i fumetti hanno continuato a leggerli, forse per consolarsi di non aver mai raggiunto la ragazza cui correvano dietro. Oppure, per consolarsi del fatto di averla raggiunta.

In ogni caso, i lettori di fumetti (ex o ancora praticanti che siano) sembrano gli unici in grado di contemplare la possibilità che esistano gli sceneggiatori e che i disegnatori possano averne bisogno. Gli sceneggiatori esistono, facciamocene una ragione. Ma da qui al riuscire a immaginare come effettivamente si svolge il lavoro di chi scrive, e in che cosa si differenzi da quello di chi disegna, ce ne corre.

Un ipotetico sondaggio fra gli abituali acquirenti di albi a fumetti dimostrerebbe che più si immaginano gli autori al lavoro tutti insieme appassionatamente in redazioni colorate, ilari e giulive. C’è un divertente film di Paolo Villaggio del 1982, intitolato “Sogni mostruosamente proibiti”, in cui il protagonista veste i panni di un disegnatore di fumetti, Paolo Coniglio, che tutte le mattine va a lavorare negli uffici della Casa editrice, e lì incontra gli altri colleghi, ognuno impegnato su un personaggio diverso: per la redazione girano figuranti in costume (chi da orso, chi da guerriero, chi da supereroe) che fanno da modelli per le avventure in fase di realizzazione, e il terrore di Coniglio è essere trasferito dall’eroina Dalia, di cui si occupa, all’Uomo Lupo.

E’ appunto così che i non addetti ai lavori suppongono che vadano le cose, immaginando la redazione Disney piena di paperi e di topi in posa per i disegnatori, quella di Dylan Dog popolata da gente in costume da mostro e da zombi, e quelle dove si fanno i fumetti porno come le più divertente da visitare. Ma soprattutto, i lettori si immaginano tutti i disegnatori che disegnano alle loro scrivanie, uno accanto all’altro, prestandosi il temperamatite in cambio del righello e magari facendosi dispetti con le cerbottane o gli schizzi di inchiostro quando il direttore non guarda. Possiamo garantire che non è così. Negli uffici dell’editore di Lupo Alberto non c’è nessuna segretaria travestita da Gallina Marta.

La realtà è davvero molto diversa. Nelle Case editrici ci sono soltanto impiegati che smistano fatture e buste paga, lettere e bollette, contratti e ricevute. I lettori che suonano alla porta della Bonelli sperando che il campanello faccia “ARRGGH” e che venga ad aprire qualcuno truccato da Groucho, restano tutti molto delusi apprendendo che non c’è neppure un disegnatore per farsi fare un disegnino con dedica. A volte, disperati, ne chiedono uno alla signora delle pulizie o un fattorino, pur di non tornare a casa a mani vuote. Dove sono, dunque, i disegnatori e gli sceneggiatori? E’ quello che vorrebbero sapere anche gli editori, quando gli autori non rispettano i tempi di consegna e non si fanno trovare al telefono. Comunque, in linea di massima, disegnatori e sceneggiatori lavorano stando a casa propria. Ovvero, il più delle volte stanno a casa propria senza lavorare, perché non ne hanno voglia o perché non trovano l’ispirazione (e quando non la si trova si può stare anche per ore a fissare con sguardo vacuo lo schermo del computer o il tavolo da disegno). Il fatto che ognuno lavori isolato aggrava la situazione: l’autore si ritrova solo, senza nemmeno il conforto di poter scambiare qualche pettegolezzo con i colleghi alla macchinetta del caffè.

Nessuno può immaginare l’abisso di solitudine di un autore senza idee davanti a un foglio bianco un uno studio deserto. Alla disperata ricerca di contatti umani, il nostro eroe è costretto a uscire di casa e raggiungere il bar più vicino (molti autori iniziano a fumare proprio per avere una scusa che li faccia uscire spesso), dove attaccano bottone con chiunque pur di scambiare qualche parola con un cristiano, e finiscono a fare comunella con i pensionati che giocano a carte o parlare a un barbone su una panchina del parco (il barbone il più delle volte se ne va e il fumettaro resta a parlare da solo). Se invece l’autore è un uomo sposato e con figli e lavora in casa con la moglie e la prole, il bar più vicino lo raggiunge in fuga dai contatti umani. Continueremo a parlarne, se qualcuno mi sta ascoltando (almeno un barbone).

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